Pubblico integralmente questo racconto sulla Mafia, dal linguaggio semplice, scritto da Paolo Barillà sul discusso periodico a diffusione regionale (e nelle principali città italiane) "Il Dibattito – News". Non parliamo del giornale, delle esternazioni e delle vicende del suo direttore – Francesco Gangemi – ma ho ritenuto interessante e significativo il racconto contenuto alla pag. 18 del numero di giugno.
Una storia – si legge – per spiegare la mafia già ai bambini della scuola elementare.
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Immaginate una grande famiglia di contadini, come quelle di una volta, padre, madre e undici figli. Questo è lo Stato di cui facciamo parte.
Come si usava una volta, il padre era il vertice dello Stato che emana le leggi e la madre rappresentava le Istituzioni che devono farle rispettare. Possiamo dire, perciò, che il padre era il Parlamento e la madre comprendeva la Magistratura e le Forze dell’Ordine. Tutti i figli lavoravano e producevano ricchezza e la famiglia prosperava.
A un certo punto tre di questi figli decisero che lavorare è troppo stancante, erano i più svogliati e credevano pure di essere i più furbi. Cominciarono a chiedere denaro agli altri fratelli e questi si lamentarono con la madre. La madre intervenne, fece loro una bella ramanzina e li rimandò nei campi.
Ma i tre furbetti, di giorno facevano finta di lavorare e di notte, indossato un passamontagna, minacciavano i fratelli. Questi avevano paura e davano loro il denaro, ma non tutto quello che avevano, solo una piccola parte.
I furbetti avevano capito che chiedendo una piccola cifra ad ognuno degli altri otto fratelli, questi, poiché minacciati di rappresaglia, pagavano senza fiatare.
La madre che vigilava, perché era suo dovere farlo, si accorse che tre dei suoi figli ostentavano una ricchezza ingiustificata, perciò li pedinò, anche di notte, e li sorprese mentre minacciavano gli altri fratelli.
Altre ramanzine, sculacciate, calci nel sedere fino ai campi e tutto tornò nella normalità.
Ma il capo dei tre birbanti capì che la madre costituiva un ostacolo alla loro prosperità e gli venne un’idea brillante. Con una parte del denaro sottratto ai fratelli onesti, comprò un bel vestito e lo regalò alla mamma.
Oh che bellezza di seta e di merletti!! La madre non vedeva un bel vestito così fin da quando si era sposata, e quel taccagno del padre non le aveva mai fatto regali. Non se la sentì di rifiutare il dono.
Quella sera, non uscì per controllare che tutto andasse bene. La sera successiva prese strade diverse e si fermò a specchiarsi nel fiume e per tutte le altre sere, quando pure le capitò di incontrare qualcuno dei suoi figli, mascherato per non farsi riconoscere, si girò dall’altra parte fingendo di non aver visto niente.
Ricevette altri regali. Un paio di scarpe nuove, trucchi e rossetti, perfino mutande di pizzo.
Il padre, quando tornava a casa, non la riconosceva più. Era sì più attraente, ma la percepiva distratta.
S’insospettì quando la madre smise di raccontargli le bravate dei tre discoli, come se tutto, improvvisamente, fosse tornato normale.
Ma sì, va tutto bene, diceva la madre. E in cuor suo pensava che accettare regali non era poi un gran male, dato che il padre le passava solo un misero stipendio.
Il padre rimuginò per giorni, aveva notato che tre dei suoi figlioli non avevano più i calli sulle mani, segno che non usavano più la vanga. Erano sempre in giro per osterie e vestiti alla bell’e meglio.
Parlò con gli altri figli e quelli, chi per paura, chi perché pensava che la bella vita piacerebbe a tutti e magari un giorno sarebbe passato tra le fila dei birbanti, non raccontarono nulla.
Il padre, allora, chiamò in disparte i due figlioli più grandi e assegnò ad ognuno un incarico.
Ad uno ordinò di sorvegliare, in segreto, i figli disonesti e, all’altro, di sorvegliare, sempre in segreto, la madre. Aveva inventato i Servizi Segreti.
Ora c’è da dire che i due figli, già adulti, nel tempo libero frequentavano un circolo denominato “Sassoneria”. I soci di questo circolo si aiutavano e si sostenevano l’un l’altro prestandosi attrezzi e mano d’opera e così a loro non mancava mai nulla.
Se a qualcuno serviva il trattore, uno dei soci glielo prestava, se a un altro serviva una mano per la semina, tutti si davano da fare. Ma c’era un giuramento di sangue da rispettare: chi non faceva parte della Sassoneria non aveva diritto ad alcun tipo di aiuto.
Il padre, che aveva sempre tollerato questa usanza, perché, da giovane, era stato Sassone anche lui, pensò di aver trovato un sistema per esercitare un controllo efficace sulla famiglia, ma si sbagliava.
I due fratelli Sassoni chiamarono subito il capo dei birbanti e gli proposero un patto. In cambio del loro silenzio chiesero una parte del bottino. Il birbante ne parlò con gli altri e decisero di accettare, tanto più che si avvicinava Natale e dato che ogni Natale il padre concedeva un regalo a tutti, decisero di estorcere un po’ di denaro in più agli altri fratelli per farne un gruzzolo da donare ai fratelli Sassoni.
Così questi non raccontarono mai al padre di come andassero veramente le cose.
Era davvero una situazione imbarazzante. Il padre sapeva che tre dei suoi figli rubavano agli altri fratelli, che la mandre non li sorvegliava e che i due figli più grandi non controllavano nulla. Inoltre vedeva che i figli onesti, oltre a dover fare il lavoro degli altri, venivano pure derubati.
La famiglia era allo sfascio.
Quella che doveva essere una famiglia fondata sul lavoro di tutti, dove ognuno aveva un ruolo, chi operativo, chi di controllo e chi di giudizio, si era trasformata in una famiglia di lavoratori derubati e di criminali protetti da chi, invece, avrebbe dovuto proteggere i lavoratori onesti.
Né poteva pensare, il padre, di licenziare la madre e procurarne un’altra, perché una volta non si usava e poi, si sa, di mamma ce n’è una sola.
Fu così che quella famiglia si disgregò, perché degli altri sei figli uno scappò di notte, s’imbarcò sul treno e non si vide più, uno si ribellò e venne ucciso a bastonate, uno passò tra le fila dei birbanti, uno cominciò ad ubriacarsi e finì in ospedale, uno fu rinchiuso nella stalla perché voleva andare dal padre a denunciare tutto e l’ultimo, l’ultimo dei fratelli onesti restò a combattere la sua guerra e decise di scrivere questa fiaba.
Il padre era troppo vecchio per imporre le sue leggi e farle rispettare, fu costretto a tollerare e se si fosse ribellato, sarebbe finito in fondo ad un pozzo.
Paolo Barillà
Il Dibattito



Grazie per avere pubblicato la mia storia. Penso che in ogni scuola, a cominciare dalla scuola elementare, dovrebbe essere presente un presidio antimafia formato da intellettuali, magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, che si occupi della formazione del senso della legalità dei bambini e dei ragazzi. A lungo termine quest’impegno sarebbe ripagato.
Sul “Dibattito” ho pubblicato tutto il mio lavoro “Spieghiamo la Mafia ai ragazzi”, del quale la breve storia da Lei pubblicata è solo il 1° capitolo.
Saluti, Paolo Barillà