
di Antonino Monteleone
per www.strill.it
All’indomani dai “fatti di Ciccarello” ci si è chiesto a che punto si possa mai arrivare.
Se è possibile che un uomo, per colpa di un mancato incidente automobilistico, venga accerchiato da una trentina di individui, da questi pestato e minacciato poi, riuscendo miracolosamente a tornare a bordo della propria autovettura e guadagnare l’uscio di casa, che gli venga ribaltata e presa a colpi di pistola l’autovettura, ci sembrerebbe di vivere una scena da ghetto americano.
Se ci aggiungiamo che la vittima, perché di questo si tratta, in preda ad un panico difficilmente descrivibile (e non ci proviamo nemmeno) imbracci il suo fucile legalmente detenuto, ferisca un suo aggressore e finisca soltanto egli in carcere, è facile capire che ci troviamo in Italia. Parallelo 38.
C’è una comunità che fa – forse suo malgrado – parte di questa città, ma che nei fatti con questa non ha mai voluto convivere.
E ciò va detto. Giù la maschera del falso buonismo. La comunità rom non si è integrata nel 2007 e difficilmente lo farà adeguatamente nei prossimi anni.
Abbattere – a dire il vero ancora non del tutto e malamente – un ghetto di 40 famiglie e crearne uno nuovo di 92 è una mossa sbagliata senza ombra di dubbio, ma sparpagliare qualche famiglia a caso qua e là all’interno del tessuto urbano si rivelerà inefficace.
Esistono, e il cronista non può non prenderne atto, membri della comunità rom che avranno un futuro e che a questa città potranno dare qualcosa. Perché scolarizzati, perché fortunatamente hanno scelto una strada differente. Ma altri ancora dicono, con i fatti, di non appartenere ad un modello civile di condivisione di valori come il rispetto e la pacifica convivenza.
Ci sono i rom che lavorano ogni giorno (si pensi alla cooperativa sociale di recupero dei rifiuti ingombranti) così come ce ne sono altri che ogni giorno si preoccupano di macchiare la loro reputazione.
Ma è così anche per i “non rom” così come definisce i cittadini ordinari il Presidente dell’Opera Nomadi, Giacomo Marino.
L’Opera Nomadi si impegna presso le istituzioni facendo presenti le istanze della comunità rom. Ultimamente continua a denunciare l’inefficacia della dislocazione delle famiglie, la creazione di un ghetto (ad Arghillà) più grande del precedente “208″ e l’assenza di una politica inclusiva dei rom nel tessuto sociale, nonché un inefficace impiego delle risorse economiche da parte del Comune.
Va dato atto a Marino di sostenere un carico non facile di richieste anche eccessive rispetto ai doveri che la comunità rom sente di essere chiamata ad assolvere in un contesto civile ed agli stessi diritti realmente in capo ad essi come a qualunque altro cittadino.
E’ strano, usando questa parola plurivalente che consente di ometterne altre come emblematico, preoccupante o addirittura insolente, che chi tutela i diritti dei rom, non abbia la compiacenza non già di condannare il singolo furtarello, l’intimidazione o le molestie che centinaia di persone comuni subiscono nel loro quotidiano, ma un fatto di inaudita gravità e sconsiderata arroganza civile.
Abbiamo chiesto dunque a Giacomo Marino cosa ne pensasse dell’episodio e per quali motivi l’Opera Nomadi abbia taciuto.
Sorpresi abbiamo dovuto annotare sul taccuino che silenzio c’è stato perché durante i fatti “l’Opera Nomadi non era presente” e che in fin dei conti la lettura dei fatti “è stata di parte“. Parlando di “giornalismo razzistico” ha dichiarato di “non negare che il ghetto di Ciccarello produca un certo tipo di dinamiche” sostenendo le ragioni delle famiglie di Ciccarello che – dal canto loro – hanno rivendicato il rischio che la vittima dell’aggressione esplodendo quei colpi di fucile ha corso di “colpire dei bambini“.
Difficile credere che a pestare l’uomo di 53 anni, a rincorrerlo fin sotto casa, sfasciargli la macchina e prenderla a colpi di pistola ci fossero dei bambini, ma tant’è.
“La stampa ha condannato il rom senza condannare il non rom” dimenticando che i rom erano qualche decina mentre il “non rom” era solo e terrorizzato dalle botte e dalla ferocia del “branco”.
Posto che questo termine sia consentito. Infatti Marino fa notare “come qualche giornalista abbia parlato di una “mandria” di rom“ forse esagerando.
Ma non ci sembra di usare ferocia lessicale utilizzando la definizione, certo più calzante, di branco.
Trenta soggetti commettono reati di varia natura certamente aggravati dalla “forma associativa” attraverso cui sono stati posti in essere e non succede alcunché. Un altro soggetto si difende – eccessivamente, ma è più facile da catturare e viene arrestato. Questi i fatti. A prescindere dai punti di vista.
L’Opera Nomadi ha sbagliato a non esprimersi subito sulla vicenda e ciò non fa che procurare un danno alla stessa comunità che perde credibilità nella misura in cui la perde quel soggetto che tutela i suoi diritti in seno alle istituzioni… dei “non rom”.
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