Il Partito Democratico in Calabria ha avuto il suo candidato scelto dal basso. Sarà un partito con la testa a Roma, con il cuore in Calabria, magari il culo a San Luca.
Hanno fatto finta di farsi la guerra, Carlo Guccione, che ci ha rimesso la propria autovettura e magari la speranza reale di diventare il numero 1 del PD bruzio, e Marco Minniti, (una guerra “farsa” secondo chi scrive) ma alla fine hanno trovato l’accordo.
Un accordo strano. Tutti sapevano che da Roma avrebbero imposto il Vice Ministro. Ma non è che lo si dice così, senza le dovute cautele.
Quindi i soliti giornalisti si sono prodigati a raccontare qualche puttananta sulle ragioni che spingono il caro Marco a dedicarsi a tempo pieno alla sua regione, ma anche su quelle che – guarda caso sono di più – dovrebbero spingerlo a non condurre questa battaglia. Così da dipingerlo come un eroe contemporaneo.
Non sarà solo il candidato democratico Marco Minniti. A contendersi la poltrona sulla quale lui è già accomodato saranno in tre. Lui più due donne. La prima, Lettiana, è Maria Eugenia Jimenez. La seconda, Loiero-Bindiana è Marilina Intrieri. Una delle “signore sconfitte” all’ultima assemblea dei ds.
Sempre una farsa. Come lo è il Partito Democratico.
Partito Democratico, con le liste bloccate. Partito Democratico e la segreteria nazionale si è decisa tavolino. Partito Democratico e per la Calabria hanno deciso a Roma. Come sempre. Partito Democratico con i giovani ridotti a mangiare il gelato . Partito Democratico delle facce nuove che sono sempre le stesse.
Voltiamo pagina.
La pace tra le correnti – quelle che Veltroni fa finta di non conoscere, vedere – è avvenuta più o meno in contemporanea con quella tra le famiglie coinvolte nella Faida di San Luca.
Via le telecamere, i giornalisti, gli inquirenti. Via quella presenza eterea dello Stato che in fretta e furia torna ad occuparsi di cose più serie.
In effetti sembra che lo Stato abbia garantito ai boss – quelli veri – di fare la pace. Come se questa fosse la priorità.
Loro hanno capito che traffici di scorie radioattive, droga e armi vale molto di più di qualche morto ammazzato e la pace è bella che fatta.
A proposito delle scorie radioattive sull’Espresso di qualche anno fa era riportato
“Il primo capo della 'ndrangheta a capire l'importanza del business dei rifiuti tossici e radioattivi è stato Giuseppe Nirta. Nel 1982 era il responsabile del territorio di San Luca e Mammasantissima, ossia il vertice supremo dell'organizzazione. Per questo aveva contatti a Roma con personaggi dei servizi segreti, della massoneria e della politica…”
Poi ancora…
"In particolare", si legge, "Nirta mi spiegò che gli era stato proposto dal ministro della Difesa Lelio Lagorio, col quale aveva rapporti tramite l'ex sottosegretario ai Trasporti Nello Vincelli e l'onorevole Vito Napoli, di stoccare bidoni di rifiuti tossici e occultarli in zone della Calabria da individuare. L'ipotesi ventilata a Roma era quella di sotterrarli in alcuni punti dell'Aspromonte e nelle fosse naturali marine che c'erano davanti alle coste ioniche della Calabria.
Nirta però mi disse che non voleva prendersi da solo questa responsabilità, e avrebbe quindi convocato i principali capi della 'ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria per decidere cosa fare.
Mi informò anche che sia la camorra napoletana che la mafia siciliana erano già state interpellate sullo smaltimento dei rifiuti, e che avevano dato il loro benestare. La cosa comunque", scrive l'ex boss, "non si sviluppò subito.
Ci furono una serie di riunioni nei mesi successivi che si svolsero all'aperto presso il santuario di Polsi, sui monti alle spalle di San Luca, dove si teneva anche l'incontro annuale di tutta la 'ndrangheta.
Agli incontri parteciparono le famiglie di Melito Porto Salvo nella persona di Natale Iamonte, di Africo nella persona di Giuseppe Morabito ('u tiradrittu), di Platì nella persona di Giuseppino Barbaro, di Sinopoli nella persona di Domenico Alvaro, di Gioiosa Marina nella persona di Salvatore Aquino e naturalmente di San Luca nella persona di Giuseppe Nirta.
Fu lo stesso Nirta a riferirmi i particolari, perché aveva deciso che avrei dovuto occuparmi dell'aspetto organizzativo della famiglia di San Luca, e dunque dovevo conoscerne la struttura e gli affari più importanti".
"Da queste riunioni", scrive l'ex boss, "non uscì però un fronte comune. C'erano divergenze di opinione, perché non si voleva che sostanze pericolose fossero sepolte in Aspromonte, territorio amato dai capi e allo stesso tempo area dove abitualmente venivano nascosti i sequestrati. Alla fine fu deciso di entrare nel grande affare dei rifiuti pericolosi, con l'accordo che ogni famiglia avrebbe gestito le attività nel rispetto reciproco ma per i fatti propri. Si cercò così di trovare siti che fossero fuori dalla Calabria, oppure all'estero, e alla fine la scelta cadde per quanto riguarda l'Italia sulla Basilicata, perché terra di nessuno dal punto di vista della malavita.”
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Di sicuro, d’ora in poi non ci saranno altre Duisburg.
Antonino Monteleone