E' così difficile in questi giorni riuscire a trovare un angolo di tempo per me che scrivo sul blog dopo due settimane solo per confessare una debolezza che sconfiggerò col tempo.
Vi sembrerà strano, ma scrivere mi annoia. Preferisco parlare e chi mi conosce sa bene della mia passione per noiosi, polemici, logorroici monologhi su ogni argomento. Praticamente una zecca.
Troppe cose mi passano per la mente (o si tratta di la-menti?) e troppo poco tempo per scrivere. Allora mi sfogo.
Primo sfogo.
A Bologna è morta una donna per un'operazione ad un rene. La "notizia" per i giornali è che uno scambio di tac ha portato all'intervento che non andava fatto. Ma se è notizia questo fatto – ed in effetti lo è – perché non fa notizia anche il fatto – ed anche questo lo è, un fatto – che la morte è avvenuta per ragioni post-operatorie(embolo, reazione allergica all'anestesia, errore medico) e che a quanto pare sarebbe potuta morire anche la donna che aveva realmente bisogno dell'intervento?
Secondo sfogo.
C'erano 6 candidati alla segreteria nazionale del Partito Democratico. Poi Gavazzoli-Schettini e Gawronski hanno fuso i loro programmi lasciando viva la candidatura di quest'ultimo, quindi i candidati sono 5. Per i media nazionali sono solo 3. Adinolfi non esiste. Tutta la solidarietà a lui che spero riesca a fare ingresso nell'assemblea nazionale. Ha i numeri ed il sostegno (vero!) per farlo.
Terzo sfogo.
Ho scoperto – leggendo il regolamento del consiglio comunale di Reggio Calabria – che i cittadini hanno la possibilità di "esercitare poteri sostitutivi nelle funzioni deliberative del civico consesso" con una procedura particolare, ma non impossibile. La procedura, però, secondo quanto stabilito dal regolamento necessità di essere disciplinata nel dettaglio dal "Regolamento sulla Partecipazione" che a Reggio Calabria ancora non esiste. Bene. Partirà a breve una campagna ufficiale da questo blog perchè si pervenga all'approvazione di questo strumento straordinario per avvicinare e rendere davvero protagonisti i cittadini.
Quarto sfogo.
Mastella è più impegnato a proporre il trasferimento dei magistrati. Molto meno a sollecitare le nomine di importantissimi incarichi direttivi scoperti da troppo tempo. Non vorrei volesse aspettare che ci pensi la 'ndrangheta a "liberare" nuovi posti prima di intervenire.
Quinto sfogo.
I comuni assumono le competenze in materia catastale. Sarà sufficiente per Scopelliti sfruttare questo nuovo strumento per dare un giro di vite contro l'abusivismo edilizio a favore del decoro urbano?
Sesto sfogo.
Al consiglio regionale (in piccolo) della Calabria non basterà sbarrare i varchi d'accesso alla Iena Giulio Golia per salvare la faccia che hanno già perso da troppo tempo. Vero Presidente Bova?
Settimo sfogo.
Questi cialtroni ameri-cani sono capaci solo di sterminare proprietari – di diritto naturale – idrocarburi camuffando l'operazione sotto forma di esportazione democratica? Perchè "Condolcezza" (da acido muriatico) Rice non va in Birmania?
Bella notizia n.1.
Giusva Branca è diventato Papà. E io mi sento un po' zio! Una bambina bellissima. Benvenuta Gaia!
Bella notizia n.2
Sono Innamorato (i maiuscola)! ma non ditelo a nessuno! shhhhhhhhh



Dopo ti invio una poesia su reggio. No, niente a che vedere col vernacolo ridondante e ridanciano. Mi pare invece adatta a noi “grillosi”. Ciautz
Zitti e ammutinati di Andrea Cinquegrani
Per anni zitte e mute le procure di mezza Italia e autorità di controllo come Bankitalia e Consob su uno scandalo annunciato e ora al vaglio degli inquirenti a Catanzaro: quello della maxi cartolarizzazione targata Bper-Mutina. Qualche voce, però, aveva già denunciato l’affaire…
Cartolarizzazioni a go go anche in un’altra vicenda che sa tanto di Parmalat. Protagonista dell’affaire da non meno di 10 mila miliardi di vecchie lire il gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna – BPER per gli aficionados – e il suo braccio operativo, una società a responsabilità limitata modenese, Mutina. Il bubbone sta man mano venendo a galla in una maxi inchiesta condotta dalla procura di Catanzaro su una cupola affaristica che ha fatto il bello e cattivo tempo in Basilicata, coinvolgendo, in una sfilza di affari, pezzi da novanta della politica locale, dell’imprenditoria, faccendieri, banchieri ma anche magistrati (per questo l’inchiesta è approdata alla procura calabrese). «Si tratta di un’inchiesta – commentano a palazzo di giustizia – che sta facendo luce su grossi business foraggiati con danaro pubblico, fondi regionali, nazionali ed europei. Come è successo per l’inizio di Tangentopoli con la mazzetta di Chiesa per il Pio Albergo Trivulzio, anche gli inquirenti di Catanzaro sono partiti da una vicenda, per poi arrivare a una grossa rete di affari. Ora, a quanto pare, sarebbero arrivati a quello più grosso. Che si chiama Mutina». Da svariati miliardi di euro, appunto. Un affare che la Voce ha denunciato e descritto nei suoi dettagli un anno e mezzo fa, per la precisione ad ottobre 2005. Ma ecco di cosa si tratta.
Sul finire degli anni ’90 una serie di Popolari, soprattutto del centro sud, si trovano in una pesante situazione finanziaria. Emblematico il caso della Popolare dell’Irpinia, balzata agli onori delle cronache col dopo terremoto del 1980, come “lo sportello di casa De Mita”, visto che un grosso pacchetto azionario era detenuto proprio da Ciriaco De Mita (oggi segretario regionale della Margherita e pezzo da novanta nel nascente Partito Democratico) e dai suoi familiari. Fa grossi affari, la Popolare guidata dal demitiano di ferro Ernesto Valentino, proprio con la ricostruzione post sisma; così come, sul versate lucano, sono tempi di vacche grasse per la Popolare di Pescopagano, cresciuta e pasciuta sotto l’ala protettiva dell’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino (oggi membro della commissione Antimafia), poi passata sotto l’ombrello della Banca di Roma (ora Capitalia) dell’andreottiano Cesare Geronzi. Finita la pacchia, dunque, anche per la Popolare avellinese arrivano i tempi duri, culminati con un’ispezione al vetriolo di Bankitalia che mette a nudo una serie di magagne contabili e organizzative. A questo punto, spunta una nuova sigla, la Banca della Campania, che fa un sol boccone dell’Irpinia e della consorella di Salerno, anch’essa protagonista dello stesso copione (ispezioni, denunce, gestione allegra e via di questo passo).
Nel 2003 il colpaccio. Cosa succede? Il gruppo BPER-Carime fa un sol boccone di 9 banche popolari: oltre a quelle dell’Irpinia e di Salerno (già racchiuse nell’unico scrigno di Banca Campana), quelle di Matera (da qui parte un filone-base dell’inchiesta di Catanzaro), di Crotone, di Lanciano e Sulmona, di Aprilia, nonché la Banca del Monte di Foggia, la Banca di Sassari, la Cassa di risparmio della provincia dell’Aquila. «E’ la prova del 9 per il decollo della BPER sul grande mercato bancario nazionale», commentano alcuni in Borsa.
BOND & FONTANE
Ma vediamo meglio cosa in realtà è successo. Ecco come descriveva l’operazione la Voce nel suo reportage di ottobre 2005. «Cosa fanno allora i vertici Bper-Carime? Pensano bene di cartolarizzare tutti i crediti, o presunti tali, delle nove banche incorporate. Come dire, Totò e la fontana di Trevi: io metto nel mio attivo una montagna creditizia di cui non so un accidenti e subito butto sul mercato una valanga di obbligazioni. Proprio nel perfetto stile Cirio e Parmalat. E i bond, a quanto pare, nell’arco dell’ultimo biennio sono stati adeguatamente collocati presso la solita ignara, “sprovveduta” clientela di risparmiatori. Per un totale di circa 800 milioni di euro, viene precisato dalla sola Banca della Campania. Aggiungendo le altre sette banche, si arriva a sfiorare i 10 mila miliardi delle vecchie lire. Non male». I meccanismi dell’operazione di “cessione dei crediti”, tramite la Mutina, si svolgono lungo l’asse Modena-Londra, in perfetto stile James Bond (visto che del resto si parla di titoli, di bond). 27 giugno 2002, Princes House, Gresham street, Londra: presso l’elegante studio del notaio Sophie Jane Jenkins viene siglato il primo contratto di cessione dei crediti tra Popolare dell’Irpinia, rappresentata da Antonio De Stefano, e Emilio Annovi, in quota Mutina. Il tutto fa seguito ad una delibera del cda dell’istituto avellinese, dove si dava l’ok alla cessione. Sorpresa! Fra tutte le carte accuratamente sottoscritte davanti al notaio londinese, manca l’allegato fondamentale, quello relativo al maxi elenco dei crediti ceduti: al suo posto, due misere paginette sbarrate e con una inequivocabile scritta, “omissis”. «In realtà – spiegano i tecnici – secondo la legislazione britannica i notai sono tenuti ad autenticare le firme, a sapere che è realmente tizio che vende a Caio. Se poi si tratta della fontana di Trevi, al notaio poco interessa». Miracolo dopo soli tre mesi. Quell’allegato fantasma compare per incanto presso lo studio del notaio di Cavezzo, a un tiro di schioppo da Modena, Fabrizio Figurelli, al quale lo stesso Annoni aveva chiesto tutti gli atti autenticati da Jenkins. «Un falso, un falso in piena regola, quel documento», tuona l’ingegnere avellinese Giuseppe Testa, uno dei presunti “debitori” della Popolare dell’Irpinia, una vita e una storia – ad 80 anni passati – per denunciare il malaffare del sistema bancario. In parole povere, BPER ha ceduto a Mutina una montagna di crediti in buona parte (si parla di almeno il 30-40 per cento) inesigibili, poi però magicamente tramutati in moneta sonante via cartolarizzazione, alla faccia degli ignari risparmiatori. Anni fa Testa denunciò la banca irpina per “tassi di usura”. In seguito è stato un crescendo rossiniano, culminato in una raffica di denunce presentate da inizio 2005 in ben quattro procure: Avellino, Napoli, Roma e Modena. «Mai una risposta, niente – denuncia Testa – sempre, costantemente un muro di gomma».
E’ il 21 aprile 2005 quando l’ingegnere denuncia alla procura di Modena, in sette esplosive pagine di eposto, che «alcun controllo la Mutina ebbe ad eseguire sui crediti dichiarati dalla Popolare dell’Irpinia e riportati nel libro crediti posto a base della cessione; la Mutina accettò all’oscuro la cessione di crediti pro soluto. Mutina, che aveva l’obbligo di vigilanza, ha accettato la cessione e cartolarizzato questi crediti assumendosi finale responsabilità di quanto sta accadendo». Il 23 agosto denuncia alla procura di Avellino «l’atto papocchio londinese» perché proprio su quella scorta «si stanno commettendo in Italia meridionale una serie di gravi abusi, truffe, estorsioni e altri gravi reati sanzionabili penalmente». Ma qualcun altro, ancora prima, aveva lanciato l’sos. Un piccolo risparmiatore salernitano, Giovanni Pecoraro, oggi presidente del Sinpa, un sindacato nato a tutela dei piccoli risparmiatori taglieggiati dalle banche. Il primo campanello d’allarme è addirittura del 1997, quando si rivolge a Bankitalia e Consob per vigilare sulle «opa lanciate dalla Popolare dell’Emilia Romagna sulle popolari dell’Irpinia e di Salerno». L’anno dopo denuncia quest’ultimo istituto chiedendo «la restituzione di tutte le somme indebitamente percepite e inoltra il suo articolato esposto alla procura salernitana». Il solito assordante silenzio. Passa poi, nel 2000, al Csm, chiedendo «come mai la procura di Salerno, malgrado nostri solleciti, non ci porti a conoscenze delle indagini sulle questioni prospettate». Anche Pecoraro approda alla Procura di Modena, dove ad ottobre 2002 presenta un altro esposto, denso di cifre e circostanze inquietanti, sollevando pesantissimi dubbi sull’operazione di marca BPER per il controllo delle popolari del Sud. L’anno seguente, l’ennesimo esposto, contro «quei magistrati che hanno insabbiato tutto». Un vero e proprio muro di gomma, che va avanti da anni, coinvolge procure di mezza Italia e le autorità di controllo (Bankitalia e Consob in prima fila). Riuscirà adesso la procura di Catanzaro a rompere quel muro?
Ma sarà la donna della tua vita???
Ti prego, dammi una speranza! Mi son persa nei tuoi occhi e non riesco più ad uscirci!!! E adesso annunci che sei innamorato!?
Nooooo…..
Una tua fan