Dall’inchiesta sullo smaltimento illegale di scorie tossiche provenienti dall’Ilva di Taranto e dallo smaltimento dell’Pertusola Sud emergono particolari inquietanti. Gran parte di ciò che si apprende oggi era già scritto in alcuni atti parlamentari della precedente legislatura.
A Crotone hanno ficcato le scorie sotto strade, piazze e nelle fondamenta di alcune scuole.
A Reggio Calabria hanno utilizzato il materiale di risulta di molti cantieri per il prolungamento della pista aeroportuale.
Insomma c’è chi pensa ad avvelenare la Calabria. Ci pensano le aziende che tentano di colonnizare il territorio con inceneritori, centrali a carbone, centrali turbogas. Ci pensano i business-man dei rifiuti. Che, ogni tanto, hanno anche qualche amico che fa il procuratore della Repubblica.
Ci sono voluti nove anni di intense indagini per scoprire che migliaia di bambini e ragazzi, quelli delle elementari della scuola “San Francesco”, dell’ Istituto tecnico per ragionieri “Lucifero” di Crotone e quelli delle elementari nel rione Pozzoseccagno di Cutro erano circondati da zinco, piombo, indio, germanio, arsenico e mercurio.
Con l’operazione Black Mountains si è scoperto che oltre 350mila tonnellate di rifiuti tossici provenienti dallo smantellamento della Pertusola Sud, miscelati ad altri provenienti dall’Ilva di Taranto, venivano sapientemente miscelati a materiali da costruzione.
In Africa costruiscono il manto stradale riciclando sacchetti di plastica. A Crotone si costruivano le fondamenta di scuole e abitazioni, il fondo di strade e piazze, con calcestruzzo misto a veleno.
Centinaia di bambini hanno studiato per 9 mesi all’anno dentro un edifici fatti di scorie tossiche. Quelli che non hanno potuto permettersi una vacanza lontano da Crotone in estate hanno fatto il bagno nelle acque contaminate.
Sette le persone iscritte nel registro degli indagati dal PM Pierpaolo Bruni: il legale rappresentante pro-tempore della Pertusola Sud, Vincenzo Mano; Giovanni Ciampà, rappresentante legale delle imprese Ciampà; Paolo Girelli, rappresentante legale dell’impresa Bonatti; Alfredo Mungari, rappresentante legale Costruzioni Leto; Domenico Colosimo, dipendente dell’ ex Azienda sanitaria 7 di Catanzaro; Francesco Ruscio, dipendente dell’ex presidio di prevenzione dell’As 7 di Catanzaro; e Domenico Curcio, dipendente dell’As 7 di Catanzaro.
In un filmato era possibile vedere “come gli operai delle imprese Controscavi e Ciampa’ miscelavano i rifiuti tossici che poi sotterravano nei cantieri. L’attenzione degli uomini del Nucleo investigativo sanità e ambiente (NISA) dei Carabinieri si era soffermata su quel materiale scuro e granuloso, che nulla aveva a che fare con la malta cementizia”.
Peccato che questo filmato, ecco la notizia del giorno, sarebbe stato sparito, mentre un altro è stato cancellato. Al suo posto un quadro bianco.
Per il PM Bruni, il filmato “non è detto che sia stato sottratto” e sarebbe non più “essenziale” ai fini del processo che è ancora lontano dall’instaurarsi.
Ma sembra che questa sia semplice prudenza. In Calabria chi tocca il ciclo delle scorie tossiche o radioattive, muore.
E questa storia sembra avere molti punti di analogia con le inchieste condotte dal PM Francesco Neri.
Quelle che tentarono di evidenziare quel sottilo filo rosso che collegava lo smaltimento delle scorie nucleari, con la Somalia, l’assassinio di Ilaria Alpi, la ‘ndrangheta e gli affondamenti controllati delle navi a largo delle coste calabresi. Rigel e Jolly Rosso le più note.
Negli atti della Camera dei Deputati stava già scritto che
(…) si rilevano indagini attivate dall’autorità giudiziaria che riguardano gli impianti di Pertusola Sud, che meritano una doverosa attenzione. Una prima indagine, tuttora in corso, si riferisce all’irregolare utilizzo di un materiale denominato « conglomerato idraulico catalizzato » prodotto dalla società Pertusola Sud di Crotone, che avrebbe consentito alle ditte « Craton Scavi Costruzioni Generali SpA » e « Ciampà Paolo srl », l’approvvigionamento del predetto materiale da utilizzare come sottofondo e/o rilevato per opere pubbliche.
I rifiuti pericolosi prodotti e illecitamente smaltiti «scorie cubilot» sono il frutto di una miscela denominata «cascoril» e «conglomerato idraulico catalizzato», utilizzato per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali di opere pubbliche (scuole – strade – ponti e viadotti) e private, nonché dalla stessa Pertusola Sud utilizzati per la bonifica in discarica a mare sita in località Armeria di Crotone. Per tale utilizzo la società Pertusola Sud è ricorsa all’applicazione del decreto ministeriale ambiente del 5 febbraio 1998 nella procedura semplificata per lo smaltimento di rifiuti.
Dagli accertamenti effettuati dal consulente tecnico incaricato dall’autorità giudiziaria, tale rifiuto pericoloso non era ammissibile alle procedure semplificate. Per detti reati sono indagati i vertici dello stabilimento ed i titolari delle ditte interessate allo smaltimento illecito.
Dai dati acquisiti risultano smaltiti in cantieri di proprietà «Craton Scavi» «scorie cubilot» per kg 127.890.147 ed in cantieri di proprietà «Ciampà Paolo srl» altri kg 83.387.125. Smaltimento che ha comportato rilevanti utili alle predette società e notevoli danni alle ditte concorrenti, costrette a comprare a costi più alti materiale di cava, mentre per le « scorie cubilot » le ditte venivano addirittura sovvenzionate per il relativo ritiro.
La dirigenza Syndial, ex Pertusola Sud, in merito all’indagine di cui trattasi ha dichiarato di poter documentare l’estraneità della società da comportamenti illegali(…)
Altra indagine che investe lo stabilimento industriale Pertusola Sud trae origine da accertamenti effettuati dal settore ambiente della provincia di Crotone circa la gestione dei rifiuti pericolosi quali «ferriti di zinco». Tali rifiuti sono classificati ai sensi del decreto legislativo 22/97 come rifiuti pericolosi derivanti da processi idrometallurgici dello zinco, con classi di pericolosità identificati come «irritante», «nocivo», «tossico», «corrosivo», «sorgente di sostanze pericolose».
Quello che però non vi hanno detto è che a Reggio Calabria
“la società appaltatrice dei lavori per il prolungamento della pista aereoportuale ha utilizzato, per la costruzione del sottofondo dell’area di sicurezza della pista, materiali di risulta provenienti da demolizioni di opere pubbliche cittadine e, pertanto, non idonei a sopportare le sollecitazioni fisiche degli aerei, nelle operazioni di atterraggio e decollo“.
Ora che si è scoperto tutto questo l’angoscia non può che essere più asfissiante. Quelle scuole, quelle piazze, quelle strade come le eliminiamo? Come ripariamo a questo danno?
L’inchiesta per punire chi ha prolungato la pista dell’Aeroporto dello Stretto quando partirà?
antonino monteleone
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