La centrale nella roccaforte della ‘ndrangheta

Posted by Antonino Monteleone On settembre - 16 - 2008


di Antonino Monteleone per www.strill.it


Duemila miliardi di vecchie lire. Poco più di un miliardo di euro pioveranno sull’area di Saline Joniche, dicono alla SEI, se si realizzerà la centrale a carbone. Ultima chances per il “territorio più povero d’Europa”.
Negli anni si sono già spesi i 300 miliardi per la Liquichimica, mai entrata in funzione. Ed altri 30 miliardi per le Officine Grandi Riparazioni. Che trasformarono la famiglia Iamonte da macellai a broker della ‘ndrangheta. E se il copione si ripetesse?

Prima che l’avvio, previsto mercoledì, della conferenza dei servizi indetta a Roma sancisca un’altra tappa nel percorso realizzativo della mega opera, in una delle poche regioni italiane ad essere autosufficienti dal punto di vista energetico già da un pezzo, e dopo aver accuratamente approfondito – in altri servizi – il progetto nella sua interezza, gli aspetti normativi ed il potenziale danno per la salute con il supporto di stimati medici e ricercatori, è necessario non tralasciare l’aspetto del pericolo di infiltrazioni della criminalità organizzata nell’ambito di un contesto socio-economico estremamente fertile.



Effetto deja-vu


La costruzione della centrale a carbone a Saline Joniche, con il previsto investimento di oltre 1 miliardo di euro, sembra – per certi versi – un copione che potrebbe sovrapporsi a quello già messo in scena per costruire l’ex Liquichimica, l’ex Porto le ormai ex Officine Grandi Riparazioni di FS.


Questa volta, però, qualcuno avrà notato un coro piuttosto marcato di “no”. Dalla società civile, dalle associazioni e dalla politica. Ultimo in ordine cronologico Maurizio Gasparri, capo dei senatori del PdL, venuto qualche giorno fa a Reggio Calabria.



Una cosa è certa. La realizzazione di opere di carattere industriali rappresentano una grande torta che può accontentare gli interessi di tutti. Spingendo sul bisogno di sviluppo, di lavoro, di una prospettiva.


Bacchettando per “pregiudiziali” e “sconsiderate” le opinioni di dissenso senza approfondirne il merito. Strategìe ben collaudate. Che fanno il gioco dei costruttori, della ‘ndrangheta e di quella zona grigia – anche istituzionale – che con le ‘ndrine va a braccetto.



La storia recente



“I Comuni di Melito Porto Salvo, Montebello Jonico, Roghudi e Roccaforte del Greco fanno parte del territorio controllato dalla famiglia Iamonte, una cosca storica della ‘ndrangheta che, negli anni Settanta, era legata a doppio filo a Domenico (Mommo) Tripodo di Sambatello.


Il boss, Natale Iamonte, in quegli anni, era proprietario di un distributore di benzina e di una macelleria. Secondo Giacomo Lauro, dopo la svolta voluta dai Piromalli con l’introduzione della “Santa”, Iamonte entrò a far parte della massoneria assieme ad altri boss del suo rango.


A trasformare questa ‘ndrina in una holding del crimine è stata la costruzione della Liquichimica di Saline Joniche. Una vicenda inverosimile, tutta italiana.



Lo scrive il PM antimafia Nicola Gratteri nel suo libro “Fratelli di Sangue” scritto a quattro mani con il giornalista Antonio Nicaso.


“Il complesso industriale, per il quale vennero investiti circa 300 miliardi di lire, venne costruito su un terreno, una decina di ettari in località Pantano di Saline Joniche altamente instabile: secondo un testimone ascoltato nel contesto dell’Operazione D-DAY 3 il sito “si sarebbe staccato, scivolando in mare”.


L’uso di quel sito venne sconsigliato da una perizia geologica che, però, pochi ebbero l’opportunità di leggere: sparì, infatti, misteriosamente dal carteggio e i lavori proseguirono senza interruzioni.
L’unico che continuò ad obiettare sulla stabilità del suolo fu il direttore del Genio Civile di Reggio Calabria. Perse, però, la vita in uno strano incidente stradale.

C’erano troppi interessi attorno a quel progetto, troppi miliardi in un’area tradizionalmente avara di risorse.


Secondo il Gratteri fu proprio Natale Iamonte a garantire l’equa spartizione degli appalti “tra le imprese controllate dalle varie ‘ndrine della zona. Si dettero da fare anche le cosche d’oltreoceano. Molte delle imprese che si aggiudicarono i sub-appalti per la realizzazione dello stabilimento di Saline erano intestate a società anonime del Liechtenstein, dietro alle quali si celavano imprenditori reggini, indicati come vicini alle famiglie De Stefano e Libri.



La liquichimica produsse soltanto decine di dipendenti cassintegrati per trent’anni ed il porticciolo – il cui progetto venne messo in discussione per la sua inadeguatezza, tanto che si insabbiò dopo pochi anni – “venne utilizzato dalle ‘ndrine del luogo - è scritto ancora tra le pagine del libro - per sbarcare tonnellate di sostanze stupefacenti, sigarette ed armi.



Dopo la Liquichimica le OGR



Non molto tempo dopo si costruirono le Officine Grandi Riparazioni, sempre a Saline,  espropriando i terreni ad una “nobildonna napoletana” la quale “subì il sequestro di un figlio” per “evitare che impugnasse i provvedimenti di esproprio“.



L’alleanza Santapaola – Iamonte



Grazie alla mediazione dei Santapaola, i Iamonte si assicurarono una grossa tangente dall’impresa aggiudicatrice dell’appalto. Scrivono ancora Gratteri e Nicaso.



Da allora i Iamonte non si sono più fermati. Hanno messo le mani su tutto ciò che avrebbe potuto generare profitti: dagli appalti pubblici al controllo del mercato del calcestruzzo e della fornitura di inerti, dal riciclaggio di denaro sporco al traffico internazionale di droga, armi ed esplosivo.



Oggi



Natale Iamonte fu arrestato nel 1993 in Brianza ed è tuttora detenuto al regime del 41bis. E’ imputato in svariati procedimenti giudiziari. Ma con la sua cattura non si è di certo interrotta l’egemonìa criminale di un casato “storico” della ‘ndrangheta. Al timone della “famiglia” si sono succeduti i figli Giuseppe (già deceduto) e Vincenzo, catturato dai Carabinieri nel 2005.



A reggere l’impero, attualmente, secondo la commissione parlamentare antimafia, vi è l’unico esponente rimasto fuori dal carcere. In libertà. Si chiama Remigio Iamonte.



Dunque è lecito temere anche per questa opera. Temere e volere scongiurare il pericolo di queste infiltrazioni. Temere che le opinioni dei contrari e dei favorevoli siano pressoché insignificanti perché la partita della costruzione, forse, si gioca su un terreno diverso. Dove le parole pronunciate hanno un altro significato. Alcuni silenzi sono chiare dichiarazioni. Certi “no” utili a lasciare alla storia un alibi.



E’ scritto infatti nella relazione conclusiva della commissione parlamentare antimafia presieduta da Francesco Forgione che


“la cosca Iamonte è ricca di attività nel settore edilizio, sia pubblico che privato, attraverso il controllo di imprese locali.
Altre attività investigative “
…hanno consentito di svelare i forti interessi della cosca nel settore della macellazione e commercializzazione delle carni, attraverso una consistente pressione estorsiva e ricattatoria nei confronti di addetti ai lavori e commercianti locali”.



Ma non solo.



Gli Iamonte hanno dimostrato una “elevata capacità di infiltrazione nella pubblica amministrazione, come confermato dall’insediamento nel Comune di Melito Porto Salvo della Commissione d’accesso nominata dal Prefetto di Reggio Calabria il 25.02.2006”.



Sia in quella data, che oggi, il Sindaco di Melito Porto Salvo è Giuseppe Iaria il quale, oggi, rappresenta tutti i sindaci dell’area interessata alla realizzazione della centrale a carbone.



Nell’informativa del ROS, firmata dal Ten. Col. Valerio Giardina, Iaria viene indicato come “gravato da vicende penali per associazione di tipo mafioso, favoreggiamento, falsità materiale commessa dal P.U. in certificati o autorizzazioni amministrative, interessi privati in atti d’ufficio, diffamazione, rissa, violazione delle norme per la tutela delle acque dall’inquinamento, falsità ideologica ed abuso d’ufficio“.



E nel 1999 veniva fermato in compagnia di Bartolo Iamonteritenuto elemento “affiliato” all’omonima cosca mafiosa, già tratto in arresto per favoreggiamento personale” perché favorì la latitanza proprio dell’ex capo cosca Vincenzo Iamonte.



Iaria è intervenuto, su CalabriaOra, ma non ha parlato dell’incontro che – nel mese di giugno – si è svolto tra la Giunta ed i Consiglieri del Comune di Melito Porto Salvo ed una delegazione della SEI Spa, l’azienda che vuole realizzare, a tutti i costi, la centrale.



Ha affermato che è necessaria  “ben altra attenzione e valutazione rispetto all’atteggiamento imperante, caratterizzato da una visibile leggerezza di merito e da una sovrabbondante pregiudizialità di metodo. Il territorio interessato è il più povero d’Europa. In passato, sull’area ex industriale di Saline Joniche, le vecchie politiche centrailste sono fallite miseramente devastando e condannando al sottosviluppo e alla povertà l’intera area.”



Fallimento di politiche centraliste e, sembra, successo della ‘ndrangheta.



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4 Responses to “La centrale nella roccaforte della ‘ndrangheta”

  1. Claudio Cordova scrive:

    Chi mi conosce sa che attenzione morbosa io dia ai fatti di matrice mafiosa.
    Purtuttavia, in questo caso, ma anche in altri, non credo che la criminalità organizzata sia il problema maggiore. Mi spiego meglio: certamente dove girano soldi è ovvio intercettare i soliti sciacalli che stazionano da queste parti, ma parlare delle infiltrazioni mafiose ogniqualvolta che in Calabria, piuttosto che in Sicilia o in Campania, si intravede il progetto di una grande opera (in questo caso la più sbagliata di tutte) credo rischi di diventare un alibi pericoloso, in grado di assecondare la stagnazione dello sviluppo. In attesa di migliorare NOI le cose non possiamo di certo frenare il progresso, soprattutto se esso, ma non è il caso della centrale a carbone, è positivo.
    Concludo dicendo quindi che la centrale a carbone non va fatta perchè inutile, costosa, nociva e, in un’ultima, ma non trascurabile, analisi, per le possibili infiltrazioni mafiose all’interno di un progetto così succulento.

  2. guido canciani scrive:

    Premesso il necessario apprezzamento per l’ottimo articolo di A. Monteleone, devo dire che, in linea generale, concordo con quanto asserisce C. Cordova: necessità di NON bloccare il flusso degli investimenti per mera paura di infiltrazioni criminali, contemporaneamente massimo controllo su di queste e, ultimo ma non ultimo, ripensare le modalità di investimento, dato che le iniziative centraliste – le cosidette “cattedrali nel deserto” – non sembrano funzionare molto bene! La costruenda centrale a carbone, al di là delle possibili ricadute ambientali, da questo punto di vista mi sembra partita col piede sbagliato..

  3. rosy scrive:

    Prima di tutto per frazionare il rischio è meglio diversificare gli investimenti.

    Poi,

    un signore a piazza carmine (in minuscolo perchè non mi pare ancora ultimata) diceva che le frittole vengono più buone se fatte con il carbone e non con il gas!

    E poi ancora,

    anche in agricoltura si utilizza la tecnica della rotazione e talvolta per un anno un campo detto “maggese” si lascia a riposo.

    Gli effetti del maggese sono vari:

    1) limitazione delle perdite di umidità per evaporazione;
    Così siamo sicuri che i 2milamiliardidellevecchielire non evaporeranno!

    2) mineralizzazione della materia organica; preferisco no comment …;

    3) contrasto efficace alle erbe infestanti … buon lavoro dr Gratteri!

  4. [...] unici, pochissimi, soggetti che si sono arricchitti con le “grandi opere” di Saline. Antonino mi ha già preceduto di mesi in questo, trascrivendo per filo e per segno la stessa parte del testo che intendo [...]

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Antonino Monteleone (nome d’arte di Antonino Salvatore Monteleone) è un pensionato settantenne condannato nel 1963 ad essere precipitato nel corpo di un giovane di belle speranze

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