C’è un libro che vi consiglio di leggere. Si chiama “La società Sparente” racconta la Calabria di cui tutti chiacchierano ma che nessuno prima aveva documentato. Gli intrecci tra la politica, la ‘ndrangheta, centri di potere occulto, l’imprenditoria.
Ha subito almeno 10 azioni giudiziarie. Volte a sopprimere l’opera. A tappare la bocca ai giornalisti Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio.
Lo scorso 24 settembre la notizia dell’archiviazione dell’ultima delle querele subìte. Qui potete leggere l’ANSA che ne dava notizia.
Il metodo migliore per intimidire. La giustizia che si trasforma in arma, strumento di vessazione per chi ha osato “raccontare” quello che qualcuno non voleva si sapesse.
E siccome proprio questa settimana ho saputo dell’ennesimo gradasso che avrebbe dato sfogo alle sue fantasìe persecutorie incaricando i propri avvocati di crocifiggermi sull’altare della Giustizia che mostra i muscoli con i più deboli voglio proporvi questo saggio che rende l’idea di cosa significhi essere sottoposti, ingiustamente, ad accuse dalle quali devi necessariamente difenderti per non soccombere.
La logica della Querela – di Emiliano Morrone
La querela è il rimedio oncogeno contro giornalisti e scrittori. Non in sé, ma per l’uso incontrollato e arbitrario che oggi se ne fa. Trasformata dal tempo e dal costume, è l’arma prediletta dal potere. Intanto perché tacita i Battista: i pochi che gridano nel deserto dell’abbandono; in guerra contro l’ignoranza cieca, la meschinità opulenta, il familismo, l’indifferenza.
La querela ti obbliga a difenderti, a fermarti, a lottare per te stesso, se sei soltanto un giovane ricco di buone speranze. Consapevole che dalla condanna avrai un’onta, una macchia, una traccia che gli avversari richiameranno a vita per levarti statura e carica morale. Loro, malavitosi e politici di presidio, a volte un solo corpo, hanno il placet del sistema: sono immuni e dritti al proprio posto; possono delinquere e benedire, predare e sentenziare, disintegrare strumenti, organi e presìdi democratici. Generano la convinzione che il saccheggio e la violenza sovrastano la legge; portano sfiducia collettiva, rassegnazione, sconforto, disumanità.
Così, in questo clima di paura e opportunismo, di reticenza e omologazione, parlare e agire diventa un reato, ancora prima del giudizio ordinario. Domina, a livello collettivo, una «solidarietà meccanica» verso gli ordinatori, i forti, i responsabili dello sfacelo. Questa si concretizza in forme di autocensura e limitazione personale, e soprattutto in aggressioni e propaganda falsa, utili a isolare resistenti e opposizioni.
Roberto Saviano ha spesso ricordato il valore dell’impegno; lui che non ha smesso un attimo di denunciare l’orrore imposto dai Casalesi e la loro ferina cattiveria. Non puoi star zitto e svaccato, guardando la morte e il sangue veri come un film in 16:9. Non puoi scuotere la maglia, convinto di non appartenenere all’inferno meridionale di piombo e dolore, rifiuti e sterminio, macerie e disperazione compressa.
Come se fossi escluso dalla carneficina, salvo nel tuo mondo di quotidianità lineare e adesione allo scontato, preservato dal marchio della colpevolezza e dagli untori. Se chiudi la bocca, non puoi pensare, manco per un secondo, che sei diverso, che sei altro: che hai dei valori, un onore ufficiale, un ruolo sociale distinto e legittimo, un’utilità manifesta, una funzione per lo sviluppo.
La querela t’allontana dalla ricerca della verità, dall’indagine, dal racconto del male. Di un male che un libro non può contenere né rappresentare a sufficienza; neppure l’universale Gomorra. La querela serve a smorzarti la tensione etica, a trasformarla in un sentimento destabilizzante, a spostare l’attenzione sul tuo privato. La querela t’angoscia come la minaccia, ti abbatte: ti perseguita il pensiero di finirla, di cessarti; sai che non c’è ritorno, ormai hai osato, sfidato.
Un giorno Roberto Saviano m’ha scritto: «Se io non avessi avuto successo e un grande editore ora ero in un ospedale pscihiatrico, credimi». Ma non il successo dei soldi, come ripetono gli stolti, pedine di abili scacchisti. Roberto è stato protetto dalla straordinaria penetrazione del suo racconto, che ha restituito alle coscienze l’urlo represso d’una tragedia non solo campana, sconfinata come il mercato.
Roberto è riuscito a destare, a riunire un popolo, a schiacciare menefreghismo, falsa innocenza, abitudine.
Francesco Saverio Alessio e io, che abbiamo scritto “La società sparente” (Neftasia, Pesaro, 2007), siamo stati additati, messi ai margini: ci hanno insultati, nella nostra Calabria; ci hanno chiamati «pazzi», «visionari», «psicotici», solidarizzando cogli impuniti.
Confesso che per un periodo lo abbiamo creduto davvero: abbiamo pensato di non esistere, o, meglio, di esistere in un mondo ricostruito dalla nostra mente in fuga; ormai perduta nell’utopia della giustizia, della convivenza civile, dell’affrancamento della Calabria. Un sogno perfino capace di condurci al suicidio, all’esecuzione rasserenante, quella che non ha colpevoli materiali.
Abbiamo illuminato zone oscure in “La società sparente”, riesumato storie di giovani ammazzati con crudeltà indescrivibile, peggio degli animali da macello. Come Antonio Silletta, di San Giovanni in Fiore (Cs), sequestrato, sparato e bruciato; irriconoscibile, carbonizzato come un albero dopo un incendio. La madre, di fatto assassinata, morta di crepacuore, lasciata in solitudine da una società che aveva ritenuto naturale e cosa sua la sparizione del ragazzo, visti i precedenti per spaccio.
Che cosa c’è, e chi, dietro quel barbaro, doppio omicidio? Che cosa dicono le indagini?
Abbiamo maledetto la squallida accettazione dei paradossi, delle contraddizioni d’una Calabria dove si continua a votare il migliore offerente, spesso colluso, sostenuto dalla ’ndrangheta in cambio di premi, agevolazioni e libertà di movimento.
“La società sparente” è ancora, purtroppo, quella calabrese, che non crede nella forza della parola e della risposta civile; che non ha più fede né ideali; che affonda nella logica della convenienza, nella salvaguardia di perversi meccanismi di potere. Un potere onnipresente, onnipotente, che ha invaso le istituzioni e consolidato la Spa della morte, una ’ndrina sola, una Santissima: dai depuratori impuri ai materiali tossici nel crotonese, dalla gestione della monnezza allo sfruttamento delle coste, dalla sanità in metastasi alle truffe sui fondi europei, ai disastri ambientali, alla distruzione dei tessuti produttivi.
“La società sparente” è anche quella che emigra e giura di non rincasare mai più. Quella dei giovani che hanno capito come girano le cose in Calabria; che hanno inteso i collegamenti fra politica e ’ndrangheta; che sanno che giù non si lavora e vive dignitosamente, se non piegandosi all’una, all’altra, a entrambe.
Piegarsi vuol dire farsi gli affari propri, nel vero senso della parola. Significa raccogliere voti per qualcuno che la ’ndrangheta ha scelto per i suoi progetti. Significa raccontare dappertutto la favola della regione povera e bisognosa; significa perpetuare, con l’immobilità individuale, un assistenzialismo straripante che mantiene a palazzo i soliti noti. Significa lasciare campo aperto alle ecomafie e agli edili dell’autostrada, delle opere pubbliche, agli specialisti delle costruzioni di creta e veleni. Significa lasciare alle generazioni che verranno un’eredità di squallore, scempi, pericoli, disservizi, insicurezza, debiti, miseria, incultura, desolazione, criminalità, sgomento e disgregazione. Significa, poi, firmare la scomparsa d’una regione, che non sarà più salvabile perché non sarà rimasto più nessuno, nel futuro alle porte, fra gli ultimi liquami per la terra secca.
Con questa coscienza e urgenza, certi che la letteratura arriva dove non riesce l’informazione per immagini, Francesco Saverio Alessio e io abbiamo umilmente fornito un testo da cui partire per una responsabilizzazione politica dei calabresi, in nome di un obiettivo, l’uscita dalla minorità, e non di un partito.
Ma quando metti nomi e cognomi in un libro – e quando sto libro te l’ha pubblicato un piccolo editore che t’ha fatto firmare la sua estraneità nelle cause civili e penali – tutti si coalizzano e ti danno addosso. Perché sei solo, e sei pure un idealista imbecille, a cui mancano i mezzi di difesa.
Dopo le querele ricevute e per la vicinanza di “La società sparente” al movimento pro De Magistris, il pm che coi fatti ha dato una speranza viva alla Calabria bella, la politica calabrese ha denigrato il testo, la sua progressiva denuncia e gli autori. Con calcolo scientifico di tempi, mezzi e linguaggio, ha tentato in tutti i modi di negare la realtà del racconto, limitandolo il più possibile a un ambito locale.
Perché non si sapesse, perché nulla uscisse fuori delle mura domestiche, perché ci fosse una lettura contraria della maggioranza e perché a maggioranza si sancisse la totale incompatibilità degli autori, in delirio, con l’ambiente calabrese.
Sull’esistenza di querele contro Alessio e me, la politica, non tutta, ha fondato la sua richiesta di consenso, pretendendolo, stavolta, in merito alla nostra (supposta) inattendibilità, piuttosto che per l’Europaradiso a Crotone o la risurrezione di Sviluppo Calabria.
La querela t’arriva subito, oggi, perché scrivi; se scrivi. Corri dal legale, se ce l’hai, o chiedi in giro d’uno bravo che ti levi dalle sabbie mobili. Sì, non c’è altro da fare. Non puoi cavartela diversamente, magari spiegando, illustrando, ragionando su periodi scritti con metodo, scrupolo e rigore.
Devi provare l’ebrezza del tribunale, entrarci; subire attonito il caos dei suoi lunghi corridoi. Ti passano a un palmo, quasi fossi invisibile, avvocati e loro praticanti. I primi procedono in testa, scarpe lucide, aria distratta e raccolta. Gli apprendisti, al seguito, li riconosci dal nodo della cravatta, classica o pop art, sempre grosso e impreciso.
Ti sei assunto la responsabilità penale e civile di ciò che hai scritto. Te lo ripeti dentro come il Daimoku dei buddisti. Chi ti trascina in giudizio di solito ha sostanze in banca. Le spalle ben coperte, può tenerti in bilico come una foglia d’ottobre avanzato. Nel mentre, ti chiedi perché sei finito tra quelle mura, dove incontri anziani contadini cui, come messaggio da non interpretare, qualcuno ha danneggiato il raccolto; dove noti disabili multati per aver sostato oltre il loro posteggio, occupato abusivamente da un villano.
Poi pensi che l’Italia è questa, e non la cambiano le tue piccole fatiche.
La querela tutela chi può essere stato offeso nell’onore.
I procedimenti penali contro Alessio e me sono stati tutti archiviati. Nessuno, in Calabria, vuole parlarne. Come nessun politico, meno che l’onorevole Angela Napoli, già membro della Commissione parlamentare antimafia, ha condannato le minacce e le intimidazioni che abbiamo ricevuto. La società sparente.
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Vivo una realtà diversa (in Sardegna), ma faccio anche io il giornalista. Scrivo sui giornali da quando ero al Liceo Scientifico, avevo 17 anni.
Ho vissuto sulla mia pelle quella che viene chiamata “la logica della querela”. Ho subito 3 querele per diffamazione e una causa civile con richiesta di danni all’immagine per due miliardi di vecchie lire (la causa era iniziata nel 1996 quando ancora non c’era l’euro…).
Ho vinto tutte le cause penali, con sentenza passata in giudicato e quest’anno anche quella civile.
Mi volevano fermare in tutti i modi. Non ci sono riusciti.
Mai arrendersi. La libertà di stampa e di opinione va difesa fino in fondo, sempre. Esistono due categorie di giornalisti: 1) i lecchini, quello che lo fanno tanto per fare e 2) coloro che credono nel valore sociale di questa professione. Io e Tonino apparteniamo alla seconda.
“Mai arrendersi. La libertà di stampa e di opinione va difesa fino in fondo, sempre. Esistono due categorie di giornalisti: 1) i lecchini, quello che lo fanno tanto per fare e 2) coloro che credono nel valore sociale di questa professione. Io e Tonino apparteniamo alla seconda”.
Quoto in pieno, ma con un interrogativo: e quando sono i lecchini a subire una querela, la massima vale lo stesso?
Prendiamo un esempio pratico. Prototipo di lecchino, Emilio Fede, e degli esempi chiari di querela ai suoi danni, vedi Giuliana Sgrena (fonte il Manifesto, 9/3/2005) o Roberto Maroni (fonte il Corriere della Sera, 19/11/1999). Come vedi sono stato pure bipartisan…
SONO DOMENICO D’ORAZIO DIPENDENTE PUBBLICO MI SONO RESO PROMOTORE DELLA PETIZIONE ESTENDERE ED APPLICARE LA RIFORMA DEL MINISTRO BRUNETTA AI NOSTRI DEPUTATI E SENATORI IN QUALITA DI DIPENDENTI PUBBLICI VOLEVO CHIEDERE CORTESEMENTE L’INSERIMENTO DEL BANNER DELLA PETIZIONE SUL VOSTRO SITO PER UNA MAGGIORE VISIBILITA. SI PUO FIRMARE E DIFFONDERE IL BANNER DELLA PETIZIONE SU:
http://firmiamo.it/applicazioneriformabrunettaaideputatiesenatori O VISITATE IL MIO BLOG http://riprediamocilitalia.blogspot.com/
IN UN MONENTO DI MENZOGNA UNIVERSALE ,
DIRE LA VERITA’ E’ UN ATTO RIVOLUZIONARIO .
(G. ORWELL )
[...] Caro Antonio, querelare in Italia conviene più a chi ha maggiori possibilità economiche. Il “ricco” costringe il povero a difendersi spesso da critiche – più che da bugie – espresse sul conto del querelante. L’iniziativa lanciata da Beppe è dunque utile perché non si rivolge a chiunque insulti gratuitamente chicchessia attraverso video e post. Si rivolge a quei blogger che pubblicano notizie vere e che perciò vengono perseguitati dalle raccomandate degli avvocati dei chiamati in causa (di solito politici), che agiscono per dissuaderli e scoraggiarli dalla loro attività di informatori. Come per esempio è già accaduto a me ma anche ad Antonino Monteleone. [...]