di Antonino Monteleone per www.strill.it
Poche settimane fa, per colpa di quelle pieghe assurde dell’ordinamento giuridico italiano, abbiamo assistito alla sequenziale scarcerazione dei pericolosi Carmelo ed Antonino Iamonte, appartenenti all’omonimo clan che regna incontrastato a Melito Porto Salvo e dintorni condizionandone cittadinanza e apparato amministrativo.
Ancora prima, ad agosto, ci siamo scandalizzati perchè, a causa di un vergognoso ritardo nel deposito delle motivazioni della sentenza emessa,nel 2006, dal GUP Concettina Garreffa, tornavano in libertà Denis Alfarano e Damiano Leotta, condannati a 12 anni di carcere nel processo col rito abbreviato per il tentato omicidio di un ispettore di polizia avvenuto durante un conflitto a fuoco.
Ma la vicenda che si è consumata a Cirò, in provincia di Crotone, ha davvero dell’incredibile.
Il 4 novembre i Carabinieri catturano, dopo un anno di latitanza, il presunto capo ‘ndrangheta di Cirò. Si chiama Silvio Farao. Sessant’anni ed una condanna in primo e secondo grado all’ergastolo per l’omicidio, consumatosi a Corigliano Calabro nel 1990, di Mario Mirabile.
Adesso cercheremo di capire come sia possibile che un condannato (in primo grado ed in appello) all’ergastolo per omicidio sia messo in condizione di evadere.
E’ molto semplice. In attesa del verdetto della Cassazione Silvio Farao venne sottoposto alla sorveglianza speciale. Misura che verrà sistematicamente violata e che indurrà la Procura di Crotone a chiedere, ed ottenere, per “aggravare” la misura cautelare, gli arresti domiciliari.
Ma Silvio Farao non si farà più trovare il 7 settembre del 2007.
I Carabinieri riusciranno a ri-mettere le mani addosso a Farao un anno e due mesi dopo, il 4 novembre scorso. Si trovava in un casolare nel territorio del Comune di Aprigliano, nel cosentino, assieme a Cataldo Marincola, anch’egli latitante.
Marincola finisce in carcere perché deve scontare un residuo di pena di un anno e cinque mesi.
E Farao? A Farao i domiciliari perché lui risponde soltanto di “violazione degli obblighi della sorveglianza speciale”.
I termini di carcerazione preventiva, per l’omicidio del quale è accusato e per il quale è stato condannato in primo e secondo grado, sono sca-du-ti!
Tanto vale, avrà pensato bene Farao, darsi alla fuga. Perché la condanna potrebbe essere confermata e l’ergastolo non è che piaccia a tutti.
Alcune conferme della pericolosità del clan le troviamo anche nella relazione della commissione parlamentare antimafia nella quale è spiegato che
A Cirò, continua ad essere egemone il clan “Farao-Marincola” , in contatto con le più importanti cosche calabresi, specie del reggino, e con le frange del Crotonese e della sibaritide, come i “Forastefano” di Cassano allo Ionio. La cosca, collegata anche ai “Giglio-Levato” di Strongoli, opera prevalentemente nei settori degli stupefacenti, dell’usura, delle estorsioni e del riciclaggio”.
Presenze di esponenti dei “Farao-Marincola” si registrano anche in Lombardia, in particolare nell’area di Varese, storicamente caratterizzata dalla presenza di personaggi di origine calabrese, in prevalenza dediti al traffico di stupefacenti e che, a partire dal 2005, hanno preso a manifestare un particolare attivismo. Il 27 febbraio 2006, a Ferno (VA), è stato assassinato il pregiudicato Alfonso Murano, collegato alla cosca “Farao-Marincola”.
Esponenti della stessa cosca operano anche in Umbria, attivi nella gestione di esercizi pubblici e nello sfruttamento della prostituzione.
Ma non è tutto.
Il delitto Mirabile maturò in seno a forti contrasti tra le ‘ndrine del crotonese. Che avevano dei rapporti molto stretti con quelle dei De Stefano e dei Tegano di Reggio Calabria.
Mario Mirabile era cognato di Giuseppe Cirillo, deceduto, che il pentito di Camorra, Pasquale Galasso, riferendosi alle propaggini camorristiche nella Piana di Sibari (CS), descrive don Peppe, nato a Castel San Giorgio in provincia di Salerno, come un personaggio di una certa caratura criminale.
E spiega che Giuseppe Cirillo “apparteneva a Cutolo, era un santista di Cutolo; è stato per diversi anni ai laghi di Sibari insieme al cognato Mirabile. Erano loro i capi camorra salernitani per Cutolo, Salerno città ed avevano cointeressenza in Sibari“.
Storia vecchia. Altri tempi.
Oggi, nell’era della globalizzazione e del crollo dei mercati, dobbiamo occuparci di dare la caccia, per due volte in 15 mesi, allo stesso – pericoloso – soggetto nonostante – 18 anni dopo (sic!) il delitto del quale è accusato – due diversi collegi lo hanno ritenuto colpevole di omicidio, ma l’ordinamento ha paura, forse, di sottrargli la libertà personale.
antonino monteleone
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L’articolo è semplicemente perfetto. Se l’avesse scritto qualche giornalista più vecchio e quotato sarebbero tutti qui a strabuzzare gli occhi. Invece, a dispetto di tutto e tutti, ennesima dimostrazione che chi vuole scrivere, SCRIVE.
P.S. Ah la Giustizia…se non fosse per il Lodo Alfano…
Perfetto. Doloroso, ma ottimamente scritto e perfetto.
Su di un piano più generale, considerato che la criminalità organizzata è la “prima azienda italiana” in termini di fatturato, come si legge al link che segue,
http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/italia/news/2008-11-11_111292488.html
evidentemente, i troppi che orbitano nella “zona grigia” ritengono di doverle un occhio di riguardo (nel formale rispetto della legge però, che diamine… siamo o non siamo i maestri del diritto?).
[...] scarcerazioni di Carmelo e Antonino Iamonte, oppure per fare in modo che vicende come quella di Silvio Farao non si ripetano più, farebbe una cosa molto più sensata e [...]