Archive for gennaio, 2009

Why Not: le domande di Cossiga

Posted by Antonino Monteleone On gennaio - 31 - 2009

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da Roma - dove a Ghandi sarebbe bastato un clacson

Gioacchino Genchi è stato ascoltato dai membri del COPASIR per 7 ore circa. C’erano piduisti, trombati e indagati. Audizione a ritmo serrato, dal clima per lunghi tratti teso, che si è conclusa certamente meglio di come è inizata.

Sono stati spiegati i dettagli del lavoro svolto negli anni (a chi non conosceva ancora la differenza tra tabulato e intercettazione è state tenuta una brevissima lezione!) ed in particolare i motivi in forza dei quali, durante le indagini Why Not e Poseidone, i tabulati telefonici di utenze riconducibili a soggetti collocati ai vertici delle Istituzioni sono finite nella “rete” del consulente.

Tutto legittimo. L’anomalìa sta inevitabilmente nei rapporti poco chiari che alcuni pezzi delle istituzioni intrattenevano con i principali indagati dell’ex PM di Catanzaro.

Dettagli dell’audizione riservatissimi, come riservata sarà la relazione che il COPASIR inoltrerà ai Presidenti di Camera e Senato.

Poco dopo la conclusione dell’audizione di De Magistris, varcata la soglia di Palazzo San Macuto da parte di Genchi, le agenzie riportavano una dichiarazione di Francesco Cossiga, che tornava sull’ormai famoso “archivio Genchi” dopo la precedente di due giorni fa.

Francesco Cossiga si fa delle domande:

1 - “Perché la responsabilita’ di tutto ciò viene attribuita al solo magistrato Luigi De Magistris, mentre decine sono state le Procure della Repubblica ed i giudici a conferire al dott. Gioacchino Genchi l’incarico, da consulente o da perito, di esaminare, correlare, interconnettere e valutare le centinaia, sembra anzi migliaia, di tabulati telefonici e informatici acquisiti per ordine dell’autorità giudiziaria, ma non solo del detto De Magistris?

2 – “Ma come mai negli ultimi anni tutta la sinistra e la stampa ad essa collegata ha considerato del tutto legittimo, anzi doveroso ed al limite ‘virtuoso’ che la Procura della Repubblica di Milano facesse intercettare le utenze telefoniche e telematiche, porre microspie, far pedinare, agenti del Sismi, mentre ora scomoda addirittura il Copasir gridando allo scandalo in relazione ad attività sulla cui legittimità pende un giudizio presso la Corte Costituzionale, il cui indirizzo è a favore di un giudizio non di illegittimità ma di piena legittimità della Procura della Repubblica di Milano e per incarico della stessa delle Digos delle Questure di Milano e di Roma?

3 - “E come mai se ci si trova di fronte al «più grande scandalo della vita della Repubblica», non si è mossa nessuna Procura della Repubblica?” ***

4 - “E non sarebbe stato meglio che su operazioni compiute da un funzionario o da più funzionari della Polizia di Stato fosse dato l’incarico per indagare al Servizio Centrale Operativo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza che dipende dal Ministero dell’Interno, dicastero competente in materia di tutela dell’ordine e sicurezza pubblica e non dal Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri, che dipende dal ministero della Difesa, che in materia non ha nessuna competenza, anche se da anni cerca di esercitarne una in concorrenza o addirittura in sostituzione del Viminale?

Sarebbe utile, molto utile, riflettere sui quesiti posti dal Presidente Emerito della Repubblica.

Altrettanto utile sarebbe una risposta da parte di chi volutamente, o “consigliato”, si benda gli occhi o fa finta di non vedere.

antonino monteleone

*** - La procura della Repubblica di Roma ha aperto un fascicolo, una volta ricevuta la denuncia della Procura Generale di Catanzaro (indagata in blocco per “corruzione in atti giudiziari“), come “atto dovuto”. Nessuna autonoma iniziativa (pur in presenza dell’obbligatorietà dell’azione penale) tanto che, al momento, non è stato formulata nessuna ipotesi di reato commessa da Gioacchino Genchi.

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I photored e lo scandalo Italtruff – Parte 1

Posted by Antonino Monteleone On gennaio - 30 - 2009

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da Roma - con le prostitute alle fermate atac: e se non c’è notturno?!

L’ingegnere Stefano Arrighetti, amministratore della KRIA, è finito agli arresti domiciliari. Con lui vengono iscritti nel registro degli indagati 63 funzionari di polizia municipale, quaranta tra sindaci ed assessori comunali e cinque imprenditori.

Si tratta della “banda dei semafori” messa nel sacco dalla Procura di Verona che ipotizza il reato di “frode in pubbliche forniture”. I Carabinieri di San Bonifacio e di Tregnago hanno rilevato l’assenza di quella omologazione ministeriale di cui era stata garantita la presenza.

Un’inchiesta nata dalle denunce degli automobilisti ed a seguito dei ricorsi presentati davanti ai Giudici di Pace che hanno accolto le eccezioni basate sul fatto che la violazione del “rosso semaforico” veniva provocata da una durata troppo breve del “giallo”.

La cui durata – è questa la principale circostanza su cui regge l’accusa – veniva dolosamente ridotta per trarre in inganno i guidatori.

L’inchiesta non è l’unica. Non è la prima volta che scattano le manette e non è la prima volta che si arriva a Giudizio. Come isolate non sono le proteste, i ricorsi, le polemiche e le complicità.

Il meccanismo è quasi sempre lo stesso.

Con la scusa di migliorare la sicurezza su alcuni tratti stradali si piazzano telecamere che vengono proposte alle amministrazioni da ditte fortemente inserite nelle logiche di spartizione politica degli appalti spesso cuciti su misura dell’amico di turno.

Se lì c’è il centro-destra si presenta Tizio. Caio se a guidare il Comune è il centro-sinistra.

Per ogni infrazione rilevata dai dispositivi ecco una percentuale per la ditta che li ha installati. E una nuova fonte di reddito per Comuni non sempre virtuosi che ripianano, a spese dei cittadini, i buchi nei bilanci.

Vigilare sul rispetto del Codice della Strada e sanzionare chi trasgredisce è un dovere. Manomettere un semaforo per battere cassa è un reato. Come lo è pilotare gli appalti o alterare gli strumenti di controllo.

Per non parlare del fatto che la legge, oggi, prevede che il 50% degli introiti derivanti dalle contravvenzioni rilevate con sistemi elettronici vengano investiti in interventi migliorativi della viabilità urbana. Precetto normativo sempre disatteso.

Già ad ottobre scorso la Guardia di Finanza aveva provveduto al sequestro dei proventi delle multe in diversi comuni della Lombardia: Segrate, Paullo, Cinisello Balsamo, Basiano, Masate e Settala, in provincia di Milano; Vertemate con Minoprio e Albese con Cassano; in provincia di Como; Gazzada Schianno, in provincia di Varese e Redondesco, in provincia di Mantova.

Il denaro sequestrato sarebbe dovuto entrare nella disponibilità del “cartello” composto da Scae, CiTiEsse, Centro servizi, Tecnotraffico e Sercom.

Mentre a  gennaio 2008, furono denunciati un amministratore comunale, due comandanti di polizia locale e gli amministratori unici di Ci.ti.esse (e sono due!) di Rovellasca (Como), Maggioli di Santarcangelo di Romagna, Traffic Tecnology di Marostica e Open Software di Mirano per truffa aggravata e falsità materiale.

Tenete a mente la parola “Maggioli”.

E spostiamoci dal nord al sud.

Senza dimenticare che nel Lazio c’è stato il rinvio  a giudizio per i Comandanti dei Vigili Urbani di Formia, Gaeta e Minturno e per l’amministratore della società Eurotraff di Manduria di Taranto.

Con una interrogazione al Sindaco di Modena di marzo 2004, il consigliere Andrea Galli di An, denunciò le strane relazioni tra i soci e gli amministratori di quella società e la rivista PM.

Secondo Galli, la Eurotraff e la collegata Italtraff erano gli sponsor privilegiati della rivista  mentre la società editoriale pagava lauti compensi ai comandanti dei Vigili Urbani che, guarda caso, prestavano servizio negli Enti che avevano affidato a quella società il servizio Photored.
La rivista PM risulta fondata dal dott. Francesco Delvino, attuale Comandante dei Vigili Urbani di Benevento, che tutt’ora la dirige.

Tenete a mente anche la rivista “PM“.

Da Amantea a Cropani sono anni di battaglie giudiziarie e politiche per la rimozione di questi impianti di rilevazione delle infrazioni semaforiche.

Amantea è un comune sciolto per infiltrazioni mafiose e sotto controllo dei commissari prefettizi.

A settembre si è svolta una riunione alla quale hanno partecipato il commissario straordinario, dr Francesco Sperti, il comandante della Polizia municipale di Amantea Antonio Angeli e l’istruttore Giacomo Bazzarelli, l’avvocato Nicola Gaetano, legale del Comune, e per conto della Italtraff, l’azienda che ha installato ed è responsabile degli impianti semaforici, le avvocatesse Francesca Conte e Mimma Ursoleo.

La decisione emersa era semplice e drastica. Resistere davanti al Giudice di Pace. Aggravando i costi a carico del Comune. Ed infatti scattano le indagini.

A novembre il Pubblico Ministero di Paola, Francesco Greco, concludeva l’inchiesta a carico di undici persone, otto vigili urbani più il comandante, Antonio Angeli, assieme a due responsabili della Italtraff, Roberto Scarcella e Mimma Ursoleo: le accuse vanno da “astensione dall’incanto”, “turbata libertà degli incanti”, violazione della legge sulla privacy, “frode in pubbliche forniture” fino a “deturpamento ed imbrattamento di cose altrui”; falsità “materiale” e “ideologica” e “rivelazione di segreto d’ufficio”.

Spostiamoci sul fronte geograficamente opposto.

Nello stesso mese  il PM di Catanzaro, Francesco De Tommasi, con le stesse accuse, spiccava 9 avvisi di garanzia a carico di altrettanti amministratori del comune di Cropani, vigili urbani, un responsabile dell’ente e il responsabile di una ditta che gestiva gli impianti di Photored installati in un semaforo della statale 106 jonica. Avvisati il Sindaco, Antonio Grano, quattro componenti della Giunta comunale, Giuseppe Fittante, Domenico Lopresti, Salvatore Macrì e Pierluigi Colosimo, a due vigili urbani, il comandante Domenico Basile e il comandante pro tempore Salvatore Bianco; al responsabile della Dnp servizi srl, Nicola Pignataro ed al responsabile dell’area amministrativa del Comune, Salvatore Sinatora.

E adesso veniamo a Reggio Calabria, pezzo forte.

Le prime installazioni avvengono alla fine del 2005 in diversi punti della Città.

Tutti entusiasti per un grande passo avanti nel segno della sicurezza stradale.

Peccato che il 17 marzo del 2004 venne revocata l’omologazione al Photored F17-A della ItalTruff.

Ma non è tutto.

Proprio in quei mesi si mettevano a punto le carte per la costituzione di una società mista che si occupasse della riscossione dei tributi Comunali. E chi costituisce l’asse societario?

Il Comune di Reggio Calabria con la “Maggioli Tributi Spa” di Santarcangelo di Romagna!

Ecco la prima cosa che vi avevo detto di tenere a mente.

E con chi fa affari la “Maggioli Tributi”? Ma con ITALTRUFF!

Ed a chi si rivolge la Giunta Comunale per vigilare sugli automobilisti indisciplinati? Proprio a questa società.

Il bello, però, deve ancora venire.

antonino monteleone
1/continua

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Quid est veritas

Posted by Antonino Monteleone On gennaio - 29 - 2009

da Romadove anche le autoblù hanno un cuore, un nome ed un cognome

Le parole di Antonio Di Pietro, come previsto, sono state funzionali al solito meccanismo mediatico.

Spostata l’attenzione su una dichiarazione mai pronunciata, riportando un riassunto pericolosamente pretestuoso di un teorema critico ben argomentato, nessuno ha parlato del perché si svolgeva la manifestazione di Piazza Farnese.

Nessun cenno al trasferimento del Procuratore di Salerno Luigi Apicella. Nessun cenno al fatto che in Italia, nel 2009, l’organo di autogoverno dei magistrati ha punito un magistrato per avere svolto le sue funzioni nel rispetto della legge e col timbro dell’unico tribunale che l’ordinamento considera e rende idoneo a valutarne l’operato.

Nessun adeguato cenno alle parole delle vittime di mafia. Nessuno che si prendesse la briga di ricordare cosa ci facesse ieri a Piazza Farnese la signora Angelina Manca e suo figlio Gianluca. Testimoni di una tragedìa che qualcuno vorrebbe cancellare con la complicità di una stampa sorda e troppo distratta dal grande fratello, dalla crisi dell’auto che va avanti da 12 anni, e dal rendere sempre più facile la vita a Berlusconi propinando balle spaziali come l’archivio Genchi.

Bastassero i titoli previsti “Di Pietro attacca Napolitano”, su tutti, a far capire l’uso strumentale di una parte del sistema informazione potremmo anche rimediare.

Ma si va spesso oltre. Si è usata anche la tangentopoli napoletana per aprire ancora polemiche su Luigi De Magistris. Un’altra opportunità per non parlare di servizi segreti e massoneria deviati, politica corrotta, ‘ndrangheta e ladri mascherati da imprenditori impegnati in un’oscena fornicazione con pezzi della magistratura.

Sì. I giornali farciti degli stralci dell’ordinanza con la quale il Tribunale del Riesame ha convalidato gli arresti per l’imprenditore Alfredo Romeo.

«Consolidati appaiono i rapporti di Romeo con i parlamentari Rutelli e Lusetti (Pd), e con l´onorevole Bocchino (Pdl). In particolare intensi risultano i suoi rapporti con la componente della ex Margherita del Pd, tanto da configurarsi Romeo quale finanziatore del partito anche attraverso i suoi interessi nel quotidiano del Pd “Europa”. Non può non evidenziarsi come i principali esponenti che colludono con Romeo nella città di Napoli fanno parte proprio di tale area politica».

Rapporto tra Rutelli e Romeo «che presenta aspetti francamente poco chiari».

Tutti a puntare il dito contro De Magistris.

Verrebbe da dire: prendetevela con il CSM che ce l’ha messo lì. Anche se l’Italia, in effetti, è troppo piccole per le malefatte del potere politico.

L’amplificazione sui media dei contenuti di quella ordinanza sono tutti concentrati su Francesco Rutelli che scomoda il suo avvocato, Paola Severino, «per tutelare nelle sedi competenti la sua onorabilità rispetto ad alcune frasi enucleate dalla voluminosa ordinanza del Tribunale del Riesame di Napoli».

Proprio perché Rutelli è  presidente del COPASIR che domani ascolterà proprio Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi.

Un modo come un altro per creare un polverone e turbare gli animi di tutti.

Quella ordinanza vedeva De Magistris giudice “estensore” e portava in calce le firme di altri due giudici. Non capita spesso che un’ordinanza sia talmente condivisa da essere firmata da tutti. Eppure questo non è stato rilevato.

La ricerca della verità diventa quindi una missione da portare avanti oltre la piazza e contro l’indifferenze a la rassegnazione. Il carico è doppio e si riparte da un numero. Cinquemila persone.

Che sono scese in piazza per chiedere verità.

Non quella ufficiale.

antonino monteleone

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Why Not: la sceneggiata di Pittelli

Posted by Antonino Monteleone On gennaio - 28 - 2009

montecitorio

da Roma - con un nuovo ufficio postale: “neuro-deliri” friulani

La politica si è ridotta ad una sceneggiata.

Deputati e Senatori convincono i cittadini che con una “interrogazione” hanno risolto il problema. Invece non ci hanno nemmeno provato, ma hanno recitato senza fare nulla di concreto.

Quando vengono colti con le mani nel sacco, ancorché il sacco – ed il relativo contenuto – sia ancora tutto da verificare, o si blindano dietro l’immunità oppure diviene sufficiente annunciare le dimissioni.

Poco più di un mese fa, era il 22 dicembre, annunciava le sue dimissioni perché sosteneva di non avere “mai posto in essere atti o comportamenti illeciti di alcun genere” di non fare “parte di alcuna casta” e di non volersi avvalere “per dimostrare la mia illibatezza morale, di alcuna prerogativa parlamentare che possa costituire un diaframma rispetto al completo accertamento della verità”.

Affermazioni proferite con la consapevolezza che l’aula avrebbe respinto le sue dimissioni.

Fabrizio Cicchitto disse che “Davanti ad un’aggressione cosi’ violenta – affermano – tutto il partito sara’ al suo fianco. Desideriamo esprimere all’on. Pittelli non solo la solidarieta’ piu’ affettuosa ma anche i sentimenti della nostra stima per aver voluto dimostrare l’attaccamento e il suo grande rispetto per le istituzioni.

Rispetto per le Istituzioni che Pittelli ha alimentato anche insultando, al telefono con il cugino, il capo del suo partito Silvio Berlusconi.

A chi lo provocava su dimissioni solo annunciate, Pittelli rispondeva che si trattava di una decisione maturata, sofferta, ma “irrevocabile”.

Intanto, però, con il voto contrario del PdL e l’astensione del PD i 71 voti (tutto il gruppo Italia dei Valori) favorevoli non sono bastati e così l’Aula di Montecitorio ha respinto le dimissioni.

Umoristica la motivazione del Partito Democratico i cui deputati si sono astenuti “in segno di rispetto per la nobilta’ delle motivazioni che avevano portato Pittelli a presentare le sue dimissioni“.

Che è un po’ come l’assoluzione per reato commesso “in stato di necessità”.

Pittelli ha continuato ad attaccare De Magistris; confutare le indagini che lo hanno coinvolto; rilanciare la falsità dell’archivio di Gioacchino Genchi.

Proprio poche ore dopo che il superconsulente di De Magistris ha ricevuto la telefonata del severo Francesco Cossiga che ha preso atto – solo un cieco non potrebbe capirlo – che Genchi “ha agito sempre nel rispetto della legge e secondo il mandato conferitogli dai vari magistrati delle procure interessate” che la competenza a verificare eventuali errori “è solo del Giudice” e che non vede “quali potrebbero essere i profili penali o anche soltanto di scorrettezza addebitabili non solo al perito ma anche al pubblico ministero che ha disposto l’acquisizione di detti tabulati, dato che sia la procura di Milano sia il giudice del dibattimento nel processo per la ‘extraordinary rendition’ di Abu Omar hanno dichiarato la perfetta legittimita’ non soltanto dell’acquisizione dei tabulati delle conversazioni telefoniche, ambientali e telematico-informatiche, ma la intercettazione o l’ acquisizione del contenuto delle stesse”.

Non che ci fosse bisogno di Cossiga per una cognizione dei fatti che solo stupidità, ignoranza o malafede può impedire, però fa piacere che un altro uomo di Stato abbia capito.

Oggi Genchi era a lavorare, come sempre, in silenzio occupandosi di fatti concreti. In aula a Catanzaro in un processo per omicidio.

Pittelli era in aula a sostenere, senza contraddittorio, ragioni che i fatti, ostinatamente, si ostinano a “cassare”.

antonino monteleone

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Agenda – Tutti a Piazza Farnese

Posted by Antonino Monteleone On gennaio - 28 - 2009

da Roma - coi fiorai aperti a notte fonda…

Credere ai valori della Costituzione non è un esercizio d’improvvisazione. Non è una corsetta sostenuta che dura mezz’ora e poi basta. Credere nella Costituzione, far proprio il culto laico della separazione dei poteri, dell’indipendenza del Parlamento dal Governo e della Magistratura da ogni altro potere che non sia rappresentato dalla soggezione alla legge; dell’uguaglianza dei cittadini; il diritto ad una informazione libera, corretta ed imparziale; dell’inamovibilià del proprio “Giudice naturale”; della sovranità popolare; non è una galoppata sotto le luci della ribalta.

E’ una maratona che spesso si corre soli e sempre in silenzio.

Quando tutto viene messo in discussione, però, è necessario far vedere che ci siamo. Se del caso alzare un pochino la voce di fonte ad un potere cieco e sordo.

Di fronte ad un Consiglio Superiore della Magistratura che tenta di delegittimare il lavoro di Giudici e Tribunali di questa Repubblica senza essere legittimato a farlo, di fronte ad un sindacato dei Giudici lottizzato peggio di una municipalizzata dei rifiuti, di fronte ad una politica del “partito unico” bisogna scendere in piazza.

Gli schiavi hanno vinto quando hanno cominciato a contarsi.

Per questo oggi sarò a Piazza Farnese, dalle 09:00, a partecipare alla manifestazione organizzata dall’Associazione Nazionale Familiari Vittime della Mafia, presieduta da Sonia Alfano, in sostegno del Procuratore di Salerno Luigi Apicella e di tutti quei magistrati ingiustamente accusati di avere messo in discussione le sorti democratiche del paese, loro che invece rappresentavano la speranza di affermazione dei valori democratici.

Roma – Piazza Farnese, ore 9. Parteciperanno Beppe Grillo, Marco Travaglio, Carlo Vulpio, Salvatore Borsellino e tutti i cittadini che non avranno impegni e potranno dimostrare di avere a cuore le sorti democratiche dell’Italia alle soglie della terza Repubblica. O Della quarta?

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Antonino Monteleone (nome d’arte di Antonino Salvatore Monteleone) è un pensionato settantenne condannato nel 1963 ad essere precipitato nel corpo di un giovane di belle speranze

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