di Antonino Monteleone per www.strill.it
C’è chi crede che di fronte al malaffare, alla forza di penetrazione delle mafie nel tessuto sociale e nelle istituzioni, sia meglio vivere il più onestamente possibile ed alla larga da “certe cose”. Legittimo e ragionevole. Ma le vittime di Barcellona Pozzo di Gotto, o di Terme Vigliatore, sono la dimostrazione evidente di quanto importante sia la lotta collettiva. Alla mafia, alla ‘ndrangheta, alla camorra, alla sacra corona unita.
Perché un giorno potrebbe capitare che nonostante una vita ispirata al motto “Io mi faccio i fatti miei” questa venga messa in pericolo, quando non stroncata, da uno strapotere che non ha riguradi per nessuno. A volte nemmeno per sé stesso.
Graziella Campagna aveva 17 anni quando lavorava in una lavanderia di Villafranca Tirrena. Un giorno, nella tasca di una camicia, troverà un documento che svelerà la presenza, a Villafranca, del nipote latitante omonimo del boss Gerlando Alberti. Qualche giorno dopo, finito di lavorare, non farà rientro a casa e verrà ritrovata uccisa a colpi di lupara.
Indagini e processi con qualche evidente lacuna. Il maresciallo va in vacanza convinto che si trattasse di una fuitina ed il Giudice Mondello ritiene “debole” il movente che avere svelato l’identità di un latitante potesse esserle costata la vita.
Graziella faceva una vita tranquilla. Orari rigidi, pochi spostamenti. Aveva anche una specie di fidanzato. Avrà avuto molti pensieri per la testa, ma non la mafia. Non si aspettava nemmeno che nella lavanderia dove lavorava ci fossero i favoreggiatori dei suoi assassini.
Ma è morta lo stesso.
Perché la mafia riserva particolari attenzioni, è vero, a chi la sfida e la combatte a viso aperto, ma non risparmia chiunque altro dovesse imbattersi, anche per caso, nelle sue questioni.
Beppe Alfano, era (non faceva) un giornalista e nel tempo libero insegnava educazione tecnica a scuola. Cronista vecchia maniera, non cercava di far carriera. Si occupava, ogni giorno, della sua Barcellona. Portò all’attenzione dell’opinione pubblica lo scandalo del centro per disabili, indagava sui sospetti che il boss latitante Santapaola fosse proprio da quelle parti (e viveva a pochi metri da casa sua); mise mano, ad un certo punto, ad una miliardaria truffa ai contributi europei sulla lavorazione degli agrumi che coinvolgeva politici, mafiosi e massoni.
La misura, per la mafia, divenne colma. E con il placet di Santapaola – che rischiava di compromettere la latitanza – si decise di uccidere Alfano. Profeta in patria.
Non era un giornalista, sulla carta. Non aveva ottenuto quella complicata iscrizione così come capita tuttora a quelli che, questo lavoro, non lo ereditano. Il suo giornale, La Sicilia, titolò: “Ultim’ora: assassinato il professor Alfano”. Le malelingue cominciarono quel raffinato lavoro di disinformazione: “Una storia di donne”; “Debiti di gioco”.
Un modo per sviare le indagini che pur con molte peripezìe e strane assoluzioni consentirono di accertare in sede processuale che si trattava solo di mafia e del suo lavoro di giornalista scomodo.
Attilio Manca invece è un medico, un urologo. Una vita trascorsa con la testa sui libri. Attilio il tempo di pensare aila mafia, ai mafiosi non ce l’aveva proprio. E’ brillante professionalmente e il suo volto sprigiona un’umanità intensa. Si specializza in urologia ed assieme al suo maestro Gerardo Ronzoni è l’unico a sapere compiere un intervento alla prostata per via laparoscopica. Proprio quello che serve, nel 2003 al boss di cosa nostra Bernardo Provenzano che, con un documento falso emesso dal Comune di Villabate, si reca a Marsiglia.
Il dott. Manca sarà costretto ad operarlo. Non dice ai colleghi di quell’intervento. Ai genitori – che chiama due volte – dice di essere ad “assistere” ad un’operazione. Ma è nervoso.
Un giorno a Viterbo, dove vive e lavora, è insolitamente in ritardo per un intervento. Insospettiti vanno a casa e lo troveranno morto. Col volto tumefatto ed il naso rotto. Due buchi da iniezione nel polso sinistro dai quali gli è stata inoculata una miscela letale di eroina, alcool e tranquillanti.
“Era un drogato, è morto di overdose“. E’ la tesi della Procura che tenta di archiviare l’indagine. Chi voleva far credere all’operazione, però, non sapeva che Attilio fosse mancino. Che non poteva fare, dunque, le iniezioni nel polso sinistro. E poi le siringhe trovate in due stanze diverse ed entrambe col cappuccio. Il suo nervosismo, la sera prima a cena con un’amica, perché doveva incontrare persone di cui avrebbe fatto a meno.
Attilio non pensava alla mafia ed ai mafiosi. Attilio costruiva il suo futuro onestamente e lontano, a malincuore, dalla sua Sicilia e dalla sua Barcellona. Ha pagato con la vita l’essere troppo bravo e non voler diventare il medico di fiducia di “Binnu u tratturi”.
Adolfo Parmaliana insegna Chimica all’Università di Messina. Vive con passione il suo lavoro ed il rapporto con gli studenti. E’ di Terme Vigliatore, pochi chilometri da Barcellona P.G., dove con la propria attività politica (nei DS) denuncia continuamente le collusioni tra mafia e pubblica amministrazione. E’ testardo perché più lo minacciano e più denuncia. Più si accorge di essere realmente in pericolo e più cerca di fare arrivare le sue denunce sui tavoli istituzionali più prestigiosi.
Ed aveva ragione. Il consiglio comunale di Terme Vigliatore viene sciolto anche grazie alle sue denunce, nonostante l’immobilismo – complice e colpevole – dell’apparato giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto.
Le stesse dichiarazioni che – riscontrate in sede di accesso – hanno consentito lo scioglimento dell’ente non vanno giù a molti. E Adolfo Parmaliana, il prof. Adolfo Parmaliana, si vede querelato per diffamazione. Si sarebbe aspettato – in uno scatto di fiducia nelle istituzioni – che si accertasse per insussistente la notizia di reato e che la denuncia fosse archiviata. Invece no. Rinviato a giudizio dovrà difendersi per aver detto la verità. Un insulto irriceviibile per chi ha ispirato la propria esistenza a valori di legalità, onestà e trasparenza.
Il 2 ottobre scorso si toglie la vita lanciandosi da un viadotto nei pressi di Patti. Lo fa dopo avere scritto una lettera che sarà anche il suo testamento politico e di uomo in prima linea contro le ingiustizie.
Quattro storie di un territorio. Quattro esistenze strappate via. Quattro storie così lontane eppure così vicine. Una ragazzina, un giornalista, un medico ed un professore. Vittime, talvolta inconsapevoli, di mafia.
Il silenzio ed il disprezzo di taluni. La superficialità e la freddezza di altri. L’arrendevolezza di molti.
Profeti in patria
L’ex Guardasigilli Mastella tentò di bloccare la messa in onda dela fiction che ricostruiva la vita di Graziella Campagna, “La vita Rubata” bloccata per non turbare i Giudici che proprio in quei giorni avrebbero pronunciato una sentenza.
Presidi che negano l’autorizzazione agli studenti per assistere alla commemorazione di Beppe Alfano, insegnanti che ne distocono la memoria.
Un libro scritto da un giornalista spagnolo “El enigma siciliano de Attilio Manca” ancora non tradotto in italiano la cui distribuzione è stata osteggiata a tal punto che reperirne una copia è diventato impossibile. E quell’affronto compiuto dalla Città di Barcellona: un’ex Miss Italia parla di bulimìa agli studendi nello stesso giorno (11 febbraio) in cui si ricorda il sacrificio di Attilio. Quel giorno gli studenti, dai Presidi, il permesso lo ebbero eccome.
L’inchiesta Tsunami, sepolta per anni, e quell’informativa dei Carabinieri del ROS che confermano le tesi del prof. Parmaliana.
La loro memoria oggi è nella mani delle loro famiglie. Pietro Campagna, Sonia Alfano, Angelina Manca e Biagio Parmaliana dedicano ogni giorno alla memoria dei loro cari e lo fanno con il coraggio che non è di chi non ha paura del male fisico. E’ il coraggio di chi è pronto a subìre vere e proprie umiliazioni morali pur di lottare e tenere fede alla promessa di non lasciare che i loro sacrifici non siano valsi a nulla.
Ecco la colpa più grande di Graziella, Beppe, Attilio e Adolfo. Essere stati profeti in patria.
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Cosa provate ( voi lettori) quando leggete queste notizie , sconforto, rabbia, rassegnazione indifferenza, impotenza, cosa !!?? E´importante saperlo perche´saranno le vostre emozioni( motion = muovere) a muovere le vostre azioni.
In modo sintetico ma efficace hai dimostrato che il motto “fatti i fatti tuoi e campa cent’anni” non può essere adottato nei confronti del sistema mafioso. La mafia uccide chi, per caso o con coscienza, incrocia il suo percorso. E’ un dovere combatterla con l’arma della legalità. Ottimo articolo!
Grazie per questo articolo… sono contenta che tu ne abbia parlato e spero se ne parli ovunque e più spesso… tutti devono sapere chi sono queste persone,cosa hanno fatto,i barcellonesi per primi! Abbiamo avuto quattro vittime di mafia nella provincia di Messina,e quattro sono troppe. Adesso basta… dobbiamo dare un senso al sacrificio di queste persone continuando il loro lavoro, non chiudendoci in noi stessi e non parlandone più,rendendo così vana la loro morte,o addirittura parlandone male. E’ arrivato il momento di riprenderci la nostra terra… e spero che il mio non sia solo un pensiero utopistico.
Eroi e basta perchè su questa Patria sapevano di non poter contare! Eroi soli, Eroi fino in fondo!
Concordo con Rosy… Queste persone sono Eroiche….
In un’Italia in cui ormai TUTTI i vertici delle Istituzioni sono inquinati da intrecci politico-massonici…. Massoneria intesa come luogo di spartizione di territori, di risorse, di uomini e di idee…. Perfino il presidente della repubblica napolitano (il minuscolo è voluto, visto che secondo me è uno dei peggiori presidenti della repubblica mai avuti) si è congratulato con il G.O.I.
Si vogliono REALMENTE risolvere gli enigmi italiani (ivi compresi i delitti eccellenti di giudici come Falcone e Borsellino) ??? Iniziamo ad interessarci a questi ambientini… Ce ne sarebbero di cose da dire e da divulgare…
un saluto…
Ne parlai anche io a mio tempo, hai fatto benissimo a ricordarle.
Queste sono storie, come quella di Graziella Campagna, che dovrebbe insegnare che la mafia colpisce tutti, anche noi che crediamo di essere al riparo.
E finiamola con questa indifferenza!
Un saluto!