Mi sono già soffermato, brevemente, sulla questione di un ritorno al nucleare dell’Italia. Sui rischi, le conseguenze e le implicazioni. Ho tralasciato l’ipotesi di una centrale in Calabria sia perché ho potuto notare che non è prevista la costruzione di un impianto nel nostro territorio e sia perché il famoso Piano Energetico Regionale impedirebbe la costruzione di un impianto nucleare, come di uno a carbone. Ed a sostegno della mia convinzione c’è anche il parere del Governatore Agazio Loiero (“una centrale nucleare si scontra con le peculiarità del nostro territorio”) e dell’assessore all’ambiente Silvio Greco (“puntiamo su fotovoltaio ed idroelettrico”)
Ma non sottovalutate la capacità della politica calabrese di occuparsi di affari non propri mentre la regione sta franando, ha ogni giorno più disoccupati, illegalità e corruzione dilagano.
Non si parla più dell’impianto a carbone che la SEI SpA vorrebbe costruire a Saline Joniche (impugnando davanti al TAR la delibera della Giunta Regionale che diversamente avrebbe chiusto la partita nel tavolo della Conferenza dei Servizi aperto a Roma) né si parla a sufficienza dell’affaire eolico che vede pezzi grossi della politica ed imprenditori allegrotti spartirsi finanziamenti sfregiando qualche paesaggio qui e là.
Ma l’uomo che vedete in foto, con l’espressione compiaciuta dai propri successi politici e la fronte inutilmente spaziosa ha espresso il suo parere sul nucleare in Calabria. Parere che nessuno gli aveva chiesto.
”Non so se la Calabria sia fra i luoghi candidati ad ospitare centrali nucleari e sull’eventuale localizzazione non è mia competenza esprimermi…”
Ecco non sa un diavolo di niente! Però…
“…in ogni caso sono assolutamente convinto che oggi l’energia nucleare sia un’energia pulita sulla quale anche la Calabria deve investire e recuperare il tempo perduto”.
Affermazione pronunciata con le competenze tecniche sopra menzionate, ovviamente.
“Dire subito no alla realizzazione di un’eventuale centrale nucleare in Calabria significa privare la
regione del possibile sviluppo che ne deriverebbe”.
E forse le cosche dei guadagni legati allo smaltimento delle scorie.
“L’eventuale costruzione della centrale nucleare in Calabria potrebbe determinare un miglioramento, a cominciare da quello infrastrutturale ed occupazionale, senza dimenticare che dalla sua realizzazione la Calabria potrebbe usufruire di agevolazioni e chiedere al Governo delle compensazioni“.
La solita menata dell’occupazione grazie ad infrastrutture velenose. Si faccia un giro a Crotone, onorevole Stillitani.
Forse Stillitani, che non sbaglia quando dice che sotto il profilo dei rischi “la Calabria li correrebbe comunque se una centrale venisse realizzata in Sicilia o Basilicata” vorrebbe costruire una centrale nella sua Vibo Valentia.
L’ex Sindaco di Pizzo Calabro e Vice Presidente del Consiglio Regionale calabrese, simbolo dell’inciucione bruzio Udc-PD, la costruirebbe col “metodo Infratur“.
Quel progetto Infratur “nell’ambito del quale – si afferma in un’informativa redatta dalla Squadra mobile di Vibo Valentia – si evidenzia una preoccupante commistione tra appartenenti alla cosca Mancuso, imprenditori, politici ed amministratori locali, ognuno col proprio tornaconto“.
Il progetto Infratur era stato ideato dall’architetto Maria Francesca Tulino, arrestata nell’ambito dell’inchiesta Dinasty-Do ut des condotta dalla Procura antimafia di Salerno e che portò agli arresti anche un Giudice, Patrizia Pasquin, presidente della sezione civile del Tribunale di Vibo Valentia.
In un’altra inchiesta – Odissea - emerge che sul “progetto di unificazione della gestione turistico-territoriale – aveva messo gli occhi Francesco (Ciccio) Mancuso, alias “Tabacco” che si era speso per la buona riuscita dell’iniziativa.
Nel corso di una conversazione Tiziana Primozich, secondo gli inquirenti in rapporti assai stretti con il boss, illustra ad un ignoto “Vittorio”, il progetto Infratur, ideato dall’architetto Francesca Tulino, «di cui Ciccio si era interessato, facendosi garante della buona riuscita».
Sempre stando a quanto riportato nell’ordinanza, la Promozich, dopo aver riferito al suo interlocutore che la Tulino «aveva voluto conoscere Ciccio Mancuso per far sì che lo stesso facesse da collante fra i sindaci e gli imprenditori» aveva affermato che «Ciccio era orgogliosissimo di essere riuscito a chiamare i sindaci di Zambrone, Parghelia, Ricadi e altri, e a mettere tutti d’accordo che andassero preparati a queta riunione, chiamati dalla provincia eccetera eccetera...».
«Sulla tranquillità di questa operazione non vi dovete preoccupare… perché me ne faccio carico io» diceva “Tabacco”.
Questo dà la misura della capacità della cosca di influenzare la politica e la burocrazia.
Nel corso del processo Dinasty, l’architetto Tulino spiegò che proprio Ciccio Mancuso era preoccupato dell’interessamento di altro componente della cosca, Pantaleone Mancuso, al progetto.
E con chi era in affari – stando alla deposizione – Pantaleone Mancuso. Proprio con Francescantonio Stillitani.
A Pizzo – a seguito di questi particolari emersi nel processo – è stata presentata un’interrogazione per conoscere ”quali legami ci siano fra le società di Stillitani e dei suoi familiari con ambienti malavitosi, nell’ambito del progetto”Infratur”.
Stillitani non c’entra sicuramente niente. Né con la ‘ndrangheta né col malaffare.
Ma stia lontano anche dal nucleare.
antonino monteleone
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