Giustizia remotizzata

Posted by Antonino Monteleone On giugno - 15 - 2009

circolare_ministero

di Antonino Monteleone per www.strill.it

Mentre il liberticida ddl sulle intercettazioni comincia ad essere discusso al Senato dominando il dibattito politico, scatta oggi una sorta di ora “x” per gli uffici giudiziari italiani.
Secondo una circolare diffusa dal Ministero della Giustizia lo scorso 26 maggio, entra in vigore il “controllo remoto” di tutti i sistemi informatici di Procure e Tribunali.

Nella missiva, indirizzata a tutti i vertici delle autorità giudiziarie del paese (dalla Cassazione al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche; dalle Corti d’Appello alla Procura Nazionale Antimafia), avente ad oggetto “Dispiegamento strumenti per la gestione e manutenzione remote delle postazioni di lavoro e dei server“, si legge che “a decorrere dal 15 giugno le attività di gestione de manutenzione delle apparecchiature verranno effettuate con gli strumenti remotizzati“.

Che in parole povere vuol dire che ogni volta che un magistrato avrà un computer in panne operatore si introdurrà all’interno del sistema a centinaia di chilometri di distanza attraverso delle credenziali che gli consentiranno di avere il pieno controllo del computer.

Questo sarà possibile attraverso un tool, ovvero un piccolo software, che tiene aperto un varco in ciascuna unità informatica, mentre sarà cura di ogni ufficio trasmettere le password di accesso ad ogni computer.
Un’innovazione che ha fatto scattare le proteste dei tecnici ex ATU (assistenza tecnica unificata) che da un lato sono consapevoli che il “controllo remoto” mette in discussione il loro posto di lavoro e, dall’altro, compromette la sicurezza dei sistemi.

Dal Ministero, assicurano, è garantita “trasparenza e tracciabilità della attività svolte dall’operatore” attraverso la “conservazione dei log di accesso”, ma, come conferma a strill.it un operatore ATU in forza alla Procura di Catanzaro “non è credibile una sicurezza completa perché ogni volta che c’è un accesso remoto – spiega – bisogna che il server tenga una delle sue porte sempre aperta. E per un esperto bypassare il controllo di accesso potrebbe essere molto facile”.

Protestare può tradursi in licenziamento. Parola impropria in un mondo fatto in prevalenza di precari con contratti, quando va bene, semestrali. Un esercito di anonimi, ma fidati, assistenti di pubblici ministeri e giudici. Ma che dipendono da società esterne. Per questo chiedono da anni di essere assorbiti dal Ministero della Giustizia con un notevole risparmio rispetto ai costi dell’affidamento dei servizi.

Da oggi, dunque, tutti i computer di tutti gli uffici giudiziari sono “accessibili” dall’esterno. Un altro motivo di preoccupazione per una infrastruttura informatica più volte oggetto di critiche proprio dal punto di vista della sicurezza e delle difficoltà a garantire un controllo certificato.

I server della Giustizia italiana, infatti, accedono alla rete esterna, e sono interconnessi tra di loro, attraverso quello che si chiama SPC: “Sistema Pubblico di Connettività” entrato a regime il primo gennaio del 2008 che investe, nel complesso, la Pubblica Amministrazione italiana. Giustizia compresa.
Un progetto ideato nel 2005 dall’ex Ministro per l’Innovazione, Lucio Stanca, a cui, in materia Giudiziaria, hanno dato impulso tutti i Guardasigilli che si sono succeduti. Da Roberto Castelli ad Angelino Alfano, passando per Clemente Mastella.

SPC è un sistema che è costato 1,2 miliardi di euro aggiudicato, con procedura ristretta, ad una cordata di imprese. Al raggruppamento guidato da Fastweb, assieme a WIND, EDS Italia, Albacom e Telecom Italia, fanno capo una serie di servizi per un importo da 542 milioni di euro. Telecom Italia, però, è capofila del lotto SPC che riguarda Procure e Tribunali assieme ad ELSAG Datamat, una controllata Finmeccanica.

La stessa che, nei piani del Governo, potrebbe diventare il centro unico per le intercettazioni. Alla faccia dell’archivio “Genchi”.

Molti Procuratori, da Torino a Palermo, hanno espresso dei dubbi ed hanno fatto sapere che stanno valutando il da farsi. Come il Procuratore Capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che martedì scorso ha ricevuto una delegazione di tecnici ATU, proprio del discutere del problema sicurezza oltreché della loro situazione lavorativa, il quale ha detto che analizzerà attentamente la questione.

Il Ministero, però, è stato chiaro: in caso di “formale diniego alle attività di gestione e manutenzione remota l’intervento sarà svolto in occasione delle attività pianificate on site”. Ovvero: l’eventuale computer guasto sarà riparato solo nelle date concordate con le ditte esterne. Date destinate a ridursi significativamente con l’introduzione del nuovo sistema.

Chi è pronto a mettere le mani sul fuoco che questa “novità” non possa contenere risvolti potenzialmente disastrosi per le indagini ed i processi in corso? I pareri dei dirigenti di molti uffici sono discordanti. Una spaccatura che vede un fronte del “non c’è da preoccupari” contrapposto a quello che si difende affermando che “di questo passo si mette a repentaglio la sicurezza delle dotazioni informatiche della Giustizia Italiana”.

Dalla spy story Telecom, è ancora in corso il processo ai danni dell’ex security di Telecom Italia accusata di avere illecitamente raccolto informazioni sensibili di un consistente numero di soggetti per scopi ancora tutti da chiarire fino a toccare alcuni lembi della maxi-inchiesta Why Not, quella illegittimamente avocata all’ex PM di Catanzaro Luigi De Magistris.

Una delle società che offre assistenza tecnica agli uffici giudiziari calabresi è CM Sistemi Sud. Una società del gruppo CM Sistemi che fino a qualche anno fa aveva, come amministratore delegato, Enza Bruno Bossio. Moglie dell’ex vicepresidente della Giunta Calabrese, Nicola Adamo, indagata, assieme al marito, dal PM De Magistris relativamente alla presunta sparizione di fondi europei carpiti attraverso una serie di consorzi creati ad hoc.

CM Sistemi faceva parte del consorzio “Clic”.
Uno dei progetti in cui fu coinvolta CM Sistemi, amministrata oggi da Carlo Nardinelli, era la “progettazione, sperimentazione e fornitura di un sistema integrato di servizi reali mirati alla incentivazione dell’innovazione di processo e organizzativa a favore delle imprese regionali appartenenti alla filiera agroalimentare-industriale attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione nei processi aziendali“.

Non c’entra nulla con i computer dei magistrati. E, soprattutto, è un’altra storia.

Antonino Monteleone

La circolare ministeriale in formato .pdf

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2 Responses to “Giustizia remotizzata”

  1. Judith scrive:

    ho appena visto “Citizen Berlusconi”, un documentario sulla specie ladris imbroglionis, chi è interessato lo può vedere su http://www.youtube.com/watch?v=oFJXWQm3XDA

  2. Exitaliano scrive:

    Ciao Antonino,
    sono uno dei tecnici che in questi giorni rischia di perdere il lavoro, ma forse sarebbe più corretto dire uno dei tecnici che sa di perdere il lavoro a breve. Innanzitutto voglio ringraziarti per la tua voce in mezzo a un totale silenzio su una questione gravissima per la giustizia italiana.
    La situazione degenera ogni giorno che passa e i tempi di risoluzione dei problemi informatici nei tribunali stanno aumentando in maniera esponenziale. Ti faccio un esempio pratico che rende bene l’idea: un magistrato chiama perchè ha dei problemi con il suo pc, l’operatore al telefono lo intrattiene decine di minuti con domande, suggerimenti e prove varie, alla fine decide di avviare una richiesta per guasto hardware. Quel magistrato resterà fermo per giorni in attesa dell’arrivo del tecnico che dovrà sostituire qualche componente hardware, peccato però che una volta su due quel pc non ha alcun guasto hardware, ma semplicemente un guasto software che io o un mio collega possiamo risolvere in pochi minuti. Peccato però che intanto il magistrato è rimasto col pc fermo per giorni, e peccato che il tecnico hardware chiamato inutilmente viene pagato dal ministero (e quindi da noi!), peccato…

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Antonino Monteleone (nome d’arte di Antonino Salvatore Monteleone) è un pensionato settantenne condannato nel 1963 ad essere precipitato nel corpo di un giovane di belle speranze

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