Archive for agosto, 2009

Svastichella & Celtichella

Posted by Antonino Monteleone On agosto - 25 - 2009

E’ certamente una buona notizia l’emanazione, da parte del Giudice per le Indagini Preliminari di Roma, Renato La Viola, di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per il quarantenne romano che la notte tra il 21 ed il 22 agosto scorso ha brutalmente aggredito una coppia di omosessuali appena usciti dal Gay Village in zona EUR.

Brevemente i fatti.

Due ragazzi, dopo una notte a divertirsi, si abbracciano. Parlano con altri amici. E si baciano.  «Siamo persone libere in un paese libero», secondo una testimonianza, avrebbe detto uno dei due ragazzi ad un uomo, pregiudicato, che aveva urlato loro di smetterla.

Nella nuova Capitale,però, tutta divieti e intolleranza di marca leghista, l’uomo non comprende il diritto alla libertà sessuale di ciascuno e spacca una bottiglia in testa ad uno dei due ragazzi ed accoltella il secondo che finisce in ospedale rischiando la vita.

Comprensibile lo sdegno del mondo LGBT (lesbo-gay-bisex-trans). L’ex parlamentare Vladimir Luxuria ha parlato di «clima fatto di squadracce e spedizioni punitive». Secondo Aurelio Mancuso «episodi di grave violenza fisica, ma anche di molestie e insulti, si stanno moltiplicando in tutta Italia nei pressi di luoghi di divertimento e di aggregazione della comunità Lgbt».

A scatenare furiose polemiche, però, il mancato arresto del presunto aggressore dei due giovani.

Già perché Alessandro Sardelli, detto “Svastichella“,  precedenti per spaccio e rapine, mancando la flagranza di reato sarà, in un primo momento, solamente denunciato, a piede libero, per tentato omicidio.

Apriti cielo.

Il primo ad intervenire vibratamente sarà il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno

«Un’intolleranza ed una violenza veramente ignobile e ingiustificabile» ha detto attaccando la magistratura capitolina per il mancato arresto dell’uomo: si è detto «indignato» del fatto che a causa di un «cavillo procedurale» l’aggressore fosse in circolazione ottenendo assicurazioni, dalla Squadra Mobile di Roma, che «il criminale in questione rimarrà sotto stretta osservazione per evitarne la fuga».

Lui, famoso per aver mostrato a Daria Bignardi in tv, con orgoglio, la sua croce celtica, noto simbolo di tolleranza ha tuonato chiedendo «con forza - alla faccia del garantismo! che il magistrato inquirente adotti immediatamente il provvedimento di restrizione in carcere di questo delinquente».

E così Alemanno Celtichella” se la prende con “Svastichella che fino a sentenza definitiva è un presunto innocente.

Facendo così scoppiare la polemica con il Procuratore Capo di Roma, Giovanni Ferrara, che faceva notare al Sindaco Alemanno che il codice di procedura penale non poteva considerarsi un “cavillo”.

Non è la prima volta che il Sindaco di Roma “ordina” manette per questo o quello. Cosa accaduta, ad esempio, per lo stupro di capodanno o della Caffarella.

Ma non è questo che balza all’occhio del cronista che vive sospeso tra vecchie e nuove norme relative alla pubblicità degli atti. Con la speranza che non passi mai definitivamente la più liberticida leggi sulle intercettazioni e tutto il “pacchetto” di cerotti che sarebbero applicati sul muso dei giornalisti.

E’ gravissimo, infatti, il susseguirsi di notizie, relative ad atti di indagine in corso, che avrebbe fatto gridare allo scandalo “mediatico-giudiziario” se fosse accaduta in circostanze nelle quali, ad essere coinvolto, non fosse stato un balordo omofobico, ma un politico qualsiasi.

Le agenzie, infatti, ci hanno informato – oltre che dello “scontro” Piazzale Clodio-Campidoglio – anche di tutti i passi compiuti dalla Polizia e dalla Procura.

La Polizia depositerà, infatti, nella serata di domenica il proprio rapporto che sarà preso in carico il mattino seguente.

E l’opinione pubblica sarà informata della decisione, da parte della Procura, di non adottare un provvedimento di “fermo di indiziato di delittoai sensi dell’art. 384 del codice di procedura che consiste in un provvedimento, restrittivo della libertà, adottato senza bisogno di passare anticipatamente dal GIP per l’emanazione, ma solo convalidato o annullato successivamente.

Stamattina la notizia, anche questa circostanza grave dal punto di vista del tanto osannato “segreto istruttorio” che il sostituto Pietro Pollidori aveva inoltrato al GIP la richiesta di applicazione della custodia cautelare in carcere.

Sbalorditivo come l’ufficio GIP, notoriamente sovraccarico di lavoro da smaltire, in poche ore abbia avuto la piena cognizione di tutti i fatti adottando il provvedimento sollecitato dal PM.

Ancora più stupefacente che questo clamoroso “(in)Justice-Reality” sia stato considerato dal Procuratore Ferrara «coerente» atto di una procedura che si è mossa «secondo il codice e le garanzie dovute a tutti i cittadini»

Ma non si tratta di una violazione “a cielo aperto” degli articoli 114 e 329 del codice di procedura che disciplinano la pubblicità degli atti relativi alle indagini preliminari?

E’ un altro caso, dopo quello di Luigi Campise, di magistratura che “obbedisce” rectius che si “attiva” su impulso della politica? Forse sì, forse no.

Ma lamentarsi perché «senza certezza della pena e senza un’adeguata durezza di fronte ai reati di allarme sociale, qualsiasi politica di sicurezza e di lotta al crimine risulta profondamente delegittimata», così come ha fatto Alemanno, è curioso.

Intanto perché non essendoci condanna, il quarantenne non è ancora nemmeno stato interrogato, non può esserci pena per la quale tutti, comunque, si aspettano, solo allora, certezza.

E poi perché è lecito domandarsi di quale “trama giudiziaria” avrebbe parlato Alemanno se la notizia di un PM che deposita presso l’ufficio GIP una richiesta di arresto a carico di qualcuno, magari un politico dello stesso partito coinvolto in una storia di appalti e mazzette, fosse finita sui giornali.

E per questa ennesima, fuga di notizie, la Procura di Roma come si muoverà?

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Relatori antiusura

Posted by Antonino Monteleone On agosto - 24 - 2009

Era il 2004, precisamente il 19 novembre, ed alla biblioteca comunale di Vibo Valentia si svolgeva un dibattito sulla lotta al racket ed all’usura. Un gruppo di associazioni, col sostegno del Comune, costituiva ad una rete antiracket per dare sostegno a chi avesse deciso di denunciare i propri aguzzini.

Un evento importante perché Vibo Valentia non è solo un territorio dagli splendidi contrasti naturali, mare cristallino e colline immacolate.

Vibo Valentia è una Città dove domina un clan di ‘nrangheta tra i più spietati ed attrezzati militarmente: i Mancuso di Limbadi.

Sono roba loro gli appalti, a cominciare dall’autostrada A3; il traffico di droga, per garantire il quale saldano forti alleanze con le cosche vicine; le estorsioni, non si contano le intimidazioni a danno di imprenditori e commercianti. E’ questa la Provincia calabrese con il numero più alto di intimidazioni.

Persino la produzione di una fiction RAI, Gente di Mare andata in onda sulla rete ammiraglia, subì forti pressioni: le forniture, la bassa manovalanza e gli alberghi da usare venivano “consigliati” dagli emissari dei Mancuso.

Per questo, quel 19 novembre 2004, era un giorno importante.

C’erano politici di tutte le estrazioni. C’era Angela Napoli di Alleanza Nazionale, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, c’era Donato Veraldi, della Margherita, che di quella Commissione faceva il Segretario. Ed ancora il Sindaco dell’epoca assieme ad altri esponenti politici ed una folta platea accorsa per l’occasione.

Dopo due ore di dibattito, in ritardo, arriva Francesco Bevilacqua.

Senatore di AN dal 1994, Bevilacqua esordisce in quel dibattito davvero bene: «La costituzione di un comitato antiracket è un segnale importante per fare una guerra seria alla malavita perché penso che la prima cosa che bisogna fare è dare coraggio ai cittadini».

Prenderà la parola per 15 minuti riuscendo, con stupefacente prodezza, ad abbandonare la questione racket finendo prima sulle leggi di sanatoria con le quali, da Senatore di un partito sempre al fianco di Berlusconi, «la dobbiamo finire»; poi sulla questione delle e “carceri” e, dulcis in fundo, una strigliata a quei magistrati «che fanno sentenze ideologiche», alcuni dei quali «non sono apprezzabili» nonostante avesse premesso che «il 99% sono persone per bene».

Può darsi che ciò valga anche per i politici che hanno un fratello con qualche piccolissimo “contrattempo” giudiziario. Chi lo sa.

Ciò che sappiamo è che un anno prima della sua elezione a Senatore, ottobre 1993, il fratello di Francesco Bevilacqua, Ferruccio, fu arrestato con l’accusa di usura e ricettazione salvandosi, nel 2002, grazie alla prescrizione a causa di un processo durato oltre 9 anni.

Nel 2004, al decimo anno della carriera parlamentare del fratello, Ferruccio si fa condannare a due anni per ricettazione.

E giovedì scorso la Guardia di Finanza gli ha messo di nuovo le manette ai polsi. L’accusa? Sempre la stessa: usura.

Con lui agli arresti altre 10 persone, sette in carcere e tre ai domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta “Easy Money” che ne coinvolge complessivamente 29.

Un giro d’affari da 3 milioni di euro. Tassi di interesse che raggiungevano anche il 140%. Un gruppo di pressione che taglieggiava decine di imprenditori che spesso, per rifondere il debito originario, ne contraevano di nuovi con altri usurai.

La Guardia di Finanza ha sventato un tentativo di truffa alla Regione con la complicità di un funzionario del Tribunale di Lamezia Terme.

Era una strada “necessaria” perché alcuni imprenditori, ottenendo indebiti finanziamenti agricoli dalla Regione Calabria, potessero uscire fuori da quel giro di minacce e pressioni.

Alle spalle del “sistema” l’ombra delle cosche Mancuso-Fiarè  di Vibo Valentia e Anello-Fruci di Lamezia Terme a cui alcuni personaggi sarebbero legati.

Tra questi proprio quel Ferruccio Bevilacqua coinvolto anche nel processo Dinasty che vede alla sbarra i vertici della cosca Mancuso.

In una delle intercettazioni trascritte dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia, Diego e Domenico Mancuso parlano di lui. Lo indicano come un canale da attivare per tentare di raggiungere il Senatore perché intercedesse tenendo lontana la Polizia dai loro affari: “I fascisti – dicevano – i fascisti comandano sulla Polizia”.

In tutti questi anni Francesco Bevilacqua, senatore pidiellino, che – va detto – non è mai stato nemmeno indagato per le vicende che hanno coinvolto il fratello, non  ha mai fatto una piega. E’ sempre rimasto al suo posto.

D’altronde lui lo sapeva perché a Vibo l’usura è una piaga dilagante. Lo diceva a quel convegno 5 anni fa: «Il problema sono i tassi di interesse. La stessa banca applica allo stesso cittadino, rispetto al nord, tassi di interesse 10 volte superiori rispetto al sud».

Non poteva sapere certo sapere che il fratello, finito di nuovo in carcere, con i suoi sodali, applicando ai prestiti un interesse del 140%, avrebbe fatto di più.

antonino monteleone

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

C’erano cascati

Posted by Antonino Monteleone On agosto - 23 - 2009

Dovevano effettuare controlli di ordine pubblico nei pressi di una nota discoteca del litorale a Nord di Reggio Calabria e si sono dovuti mettere alla ricerca di uno dei caschi in dotazione.

E’ successo a due agenti di Polizia di pattuglia con le motociclette, una volante “Nibbio”, che scendendo dalla moto avevano lasciato il casco appoggiato sugli specchietti. Qualche stronzetto (le loro madri sono sempre incinte) di quelli che frequentano i locali, imbevuti nella cultura prevalente di “odio gli sbirri”, ha fatto sparire un casco probabilmente facendolo finire sotto qualche autovettura parcheggiata.

Una violazione del regolamento, prima che una colpevole disattenzione, ha costretto i due poliziotti a darsi un gran daffare in una triste, quanto comica, caccia al tesoro.

Con tecniche ai limiti delle loro prerogative: molte auto venivano fermate e semplicemente veniva chiesto loro di aprire il cofano. Richiesta che non era preceduta da alcun controllo dei documenti né dalla comunicazione della necessità di una “ispezione” con relativo verbale.

Avrebbero dovuto motivarla documentando la cattiva figura.

Il casco, infatti, per gli agenti di Polizia in moto è parte integrante della divisa al pari del berretto. E’ obbligatorio indossare quest’ultimo fuori dalle autovetture di servizio tanto quanto è obbligatorio non levare il casco.

Chissà se, e dopo quanto, le ricerche sono terminate.

Un brutto scherzo, per chi volesse fraintendere sto dalla parte della Polizia e voglio solo scrivere un post “leggero”, al quale – senza dubbio – ci sono “cascati”.

am

p.s.: A parte le “minchiate” la Polizia, in questa maledetta Città, si fa un mazzo così. A parte la cattura dei latitanti, di cui leggete anche su questo spazio, non mancano le altre attività. Leggere per credere.

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Chi schiaffeggia chi

Posted by Antonino Monteleone On agosto - 20 - 2009

photo MelitoOnLine

L’ha detto chiaro e tondo che non si dimetterà. Giuseppe Salvatore Minniti, per gli amici Totò con in tasca una tessera PD, manterra l’incarico di Presidente del Consiglio Comunale di Melito Porto Salvo, comune di 11mila anime in Provincia di Reggio Calabria, nonostante abbia fatto finire in ospedale il collega di maggioranza, Assessore al Bilancio, Giuseppe Latella (Udc) con un pugno dritto in faccia.

Non aveva mandato giù che nella giuria della locale tappa delle selezioni regionali di Miss Italia non ci fosse stato un posto anche per lui. I posti riservati agli amministratori erano due: uno per l’Assessore allo Spettacolo ed al Turismo, Beniamino Pulitanò; l’altro per l’assessore al Bilancio Giuseppe Latella.

Prima della manifestazione il battibecco. Voleva dare anche lui un parere sulla bellezza delle miss in gara. “Il posto non c’è“. Parole grosse e spintoni. Poi il cazzotto e la gente incredula assiste in silenzio alla scena.

Non si discuteva di come risollevare le sorti di un Comune dall’economia in ginocchio a causa della presenza mafiosa.

Sì, perché Melito Porto Salvo è in mano da sempre al clan di ‘ndrangheta degli Iamonte che fanno il bello ed il cattivo tempo.

Nati vaccari e macellai sono diventati imprenditori edili e broker con potere di vita e di morte su chi, nel tempo, è diventato un ostacolo. L’alleanza coi Santapaola di Catania, l’ingresso nella massoneria deviata. Uno strapotere senza limiti, documentato da diverse sentenze, che ha infiltrato, negli anni, anche il “palazzo”.

Ma per questo non c’è bisogno di prendersi a pugni e schiaffi.

Per quello serve il “silenzio”.

Quando nel corso di un agguato fallito ai danni di un pregiudicato del posto venne ferito un bambino di appena 4 anni ed i Carabinieri faticavano a trovare qualcuno che collaborasse nessuno aveva visto niente. Tutti muti. Quel giorno c’era una recita scolastica ed oltre 500 persone. Non si trattava di fuoco di ‘ndrangheta, ma la prassi era consolidata. Ed era sempre Totò Tyson Minniti ad invocare “silenzio” per Melito Porto Salvo.

Ed anche qualche sere fa, dopo la zuffa, i Carabinieri registrano sempre la solità omertà. Continuavano a sentire: “Non abbiamo visto niente”.

Il “pragmatico” Minniti, però, si è presentato spontaneamente ai Carabinieri col suo avvocato. Ha spiegato cosa è successo ed è andato via.

La denuncia “contro ignoti” è scattata parallelamente alle indagini lampo dei Carabinieri. Il referto medico parla di “frattura scomposta” del setto nasale. Già operato l’Assessore ne avrà per qualche settimana. Poi dovrà vedersela col suo collega sul quale pende adesso l’accusa di lesioni personali gravi.

Bisogna fare attenzione a questo Minniti, che risponde in un processo in corso davanti al Tribunale di Reggio Calabria di omicidio colposo per un incidente stradale che lo ha visto protagonista.

Tempo fa un Vigile Urbano, nei pressi del Comune, multò la sua auto parcheggiata in divieto di sosta. Apriti cielo. Chiese ed ottenne l’apertura di un procedimento disciplinare per il Vigile reo di avere eseguito la multa “fuori dall’area di competenza“. Una scusa pretestuosa. Sempre meglio che farsi rompere il naso.

Una ventata di legalità troppo vicina al Palazzo del Consiglio Comunale sciolto già due volte per infiltrazioni mafiose.

Due scioglimenti in 15 anni. E ieri, come allora, la maggioranza è guidata dallo stesso Sindaco, Giuseppe Iaria. Ex PCI, poi DS, si defila dal PD e si fa eleggere con una civica che sbanca col 70% dei voti validi nel 2007.

Ma un altro accesso disposto dalla Prefettura ribadisce il verdetto: il Comune è in mano alla ‘ndrangheta. E’ il 2006 e davanti alla Commissione Affari Istituzionali, presieduta da Luciano Violante, parla Luigi De Sena, Senatore PD all’epoca Prefetto di Reggio Calabria: “Il Comune di Melito Porto Salvo andrebbe sciolto un’altra volta. Ma farlo per la terza volta sarebbe una sconfitta per lo Stato“.

Erano vicine le elezioni. Si ipotizzò che Iaria, all’epoca politicamente vicino all’attuale segretario calabrese del PD Marco Minniti, non si ricandidasse. Così non avvenne.

In conferenza stampa ha annunciato di avere ottenuto le dimissioni dei due Assessori coinvolti ed invocò quelle del Presidente del Consiglio Comunale.

Picche! La risposta del diretto interessato che si è negato al telefono in tutto questo tempo.

Il punto più basso mai raggiunto dalla politica in questa città” – dice uno sconsolato Domenico Vinci, uno dei consiglieri di opposizione più attivi nel denunciare le irregolarità amministrative dell’ente – “E l’ho detto al Sindaco che mi aspettavo una presa di posizione più netta. E’ una vergogna“.

La stessa che provano tutti quelli che, stanchi delle vessazioni sociali – anche simboliche – provocata dalla cappa mafiosa, avrebbero evitato questo “schiaffo” da parte di quelle Istitituzioni che qui, a 30 kilometri da Reggio Calabria, spesso hanno fatto sentire la loro mancanza.

antonino monteleone

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Uno dopo l’altro

Posted by Antonino Monteleone On agosto - 18 - 2009

Le indagini su come ha fatto Paolo Rosario De Stefano, latitante dal 2005 e nell’elenco dei 30 più pericolosi, a procurarsi una carta d’identità col timbro del Comune di Reggio Calabria, ma con indicazioni anagrafiche false sono in corso.

Se quel documento è uscito dagli uffici di Via Prolungamento Torrione oppure no. Se c’è uno o più funzionari corrotti oppure no. Se l’ha preso di persona allo sportello di persona, magari in fila come tutti gli altri, oppure no. Se è “Comune di Reggio Calabria” la provenienza del documento (si parla ancora anche di documento “proveniente da qualche Comune della Provincia”) oppure no sarà compito della Polizia accertarlo.

Oggi gli uomini della squadra mobile di Renato Cortese e della “catturandi” di Fabio Catalano siglano un altro colpo micidiale che mette in ginocchio la cosca De Stefano.

La consorteria di ‘ndrangheta che tira i fili nella Reggio Calabria che conta. Quella che frequenta i salotti, influenza i circoli, vive gomito a gomito con le “persone per bene”.

E’ finita la latitanza di Paolo Rosario De Stefano. Trentatré anni e già sulle spalle il peso di un casato di ‘ndrangheta fatto di sangue e soldi. Droga e racket. Appalti e immobili. Auto di lusso e conti in banca.

Con una formula singolare le agenzie hanno descritto il momento della cattura: “vacanza”; “ferie”. Ma da cosa?

Aveva scelto Sant’Alessio Siculo. Con un documento falso aveva affittato una casa nel centro a 30 kilometri da Taormina.

E’ bastato seguire gli spostamenti della moglie che ha lasciato la città insieme alle tre figlie e dopo giorni e giorni di appostamenti sotto il sole cocente di questa lunga estate sono scattate le manette ai polsi del figlio di Giorgio De Stefano.

Il padre gliel’hanno ammazzato quando era ancora un bambino segnando già allora il suo destino. Era il 1977 e cadde in un agguato. Tradito. Una tragedia orchestrata per liberare la strada ai nemici storici (le famiglie Imerti e Condello) che volevano mettere le mani sulla città sbarazzandosi del dominus.

Otto anni dopo toccò allo zio Paolo.

E dove non arrivarono le pallottole o il tritolo ci hanno pensato gli uomini in divisa.

Che hanno preso lo zio Orazio, nel suo bell’appartamento in centro, nel 2004. Quello zio che si era adoperato per fargli portare il cognome giusto, quello che conta. De Stefano.

Perché Paolo Rosario si chiamava Caponera. Portava il cognome della madre fino al termine delle pratiche di riconoscimento.

Su lui il peso di tutto. Specie dopo la cattura di Giuseppe De Stefano, poco più grande di lui, catturato nel dicembre scorso.

Questa volta non c’era nessuno a mandar baci o saluti al boss che, forse, non finirà nemmeno al 41bis. Ma non gli mancava il sorriso. La spavalderia di facciata che fa comodo a non far dubitare quel manipolo di persone, curiosi o interessati, fuori la Questura.

Ma è certo che sotto le ceneri di una cosca semi frantumata non cessano le attività. Non cessa lo strapotere.

Il dubbio che viene ogni volta è che la cattura di un boss incrini equilibri pericolosi. Salvo Boemi, nei suoi ultimi giorni alla DDA, anche in occasione della cattura di Pasquale Condello, parlò del rischio di una nuova guerra di mafia.

La pax potrebbe finire.

Ma “loro” sanno che non conviene a nessuno.

Anche se episodi come la scomparsa di Paolo Schimizzi, reggente della cosca Tegano, e cognato di Paolo Rosario De Stefano è un segnale.

Un segnale che chi di dovere tiene in debita considerazione.

Come le “successioni” dentro e tra i clan che tengono sotto scacco Reggio.

antonino monteleone

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.
Antonino Monteleone on Facebook

VIDEO

Sponsors

About Me

Antonino Monteleone (nome d’arte di Antonino Salvatore Monteleone) è un pensionato settantenne condannato nel 1963 ad essere precipitato nel corpo di un giovane di belle speranze

Twitter

    Photos

    Activate the Flickrss plugin to see the image thumbnails!