Uno dopo l’altro

Posted by Antonino Monteleone On agosto - 18 - 2009

Le indagini su come ha fatto Paolo Rosario De Stefano, latitante dal 2005 e nell’elenco dei 30 più pericolosi, a procurarsi una carta d’identità col timbro del Comune di Reggio Calabria, ma con indicazioni anagrafiche false sono in corso.

Se quel documento è uscito dagli uffici di Via Prolungamento Torrione oppure no. Se c’è uno o più funzionari corrotti oppure no. Se l’ha preso di persona allo sportello di persona, magari in fila come tutti gli altri, oppure no. Se è “Comune di Reggio Calabria” la provenienza del documento (si parla ancora anche di documento “proveniente da qualche Comune della Provincia”) oppure no sarà compito della Polizia accertarlo.

Oggi gli uomini della squadra mobile di Renato Cortese e della “catturandi” di Fabio Catalano siglano un altro colpo micidiale che mette in ginocchio la cosca De Stefano.

La consorteria di ‘ndrangheta che tira i fili nella Reggio Calabria che conta. Quella che frequenta i salotti, influenza i circoli, vive gomito a gomito con le “persone per bene”.

E’ finita la latitanza di Paolo Rosario De Stefano. Trentatré anni e già sulle spalle il peso di un casato di ‘ndrangheta fatto di sangue e soldi. Droga e racket. Appalti e immobili. Auto di lusso e conti in banca.

Con una formula singolare le agenzie hanno descritto il momento della cattura: “vacanza”; “ferie”. Ma da cosa?

Aveva scelto Sant’Alessio Siculo. Con un documento falso aveva affittato una casa nel centro a 30 kilometri da Taormina.

E’ bastato seguire gli spostamenti della moglie che ha lasciato la città insieme alle tre figlie e dopo giorni e giorni di appostamenti sotto il sole cocente di questa lunga estate sono scattate le manette ai polsi del figlio di Giorgio De Stefano.

Il padre gliel’hanno ammazzato quando era ancora un bambino segnando già allora il suo destino. Era il 1977 e cadde in un agguato. Tradito. Una tragedia orchestrata per liberare la strada ai nemici storici (le famiglie Imerti e Condello) che volevano mettere le mani sulla città sbarazzandosi del dominus.

Otto anni dopo toccò allo zio Paolo.

E dove non arrivarono le pallottole o il tritolo ci hanno pensato gli uomini in divisa.

Che hanno preso lo zio Orazio, nel suo bell’appartamento in centro, nel 2004. Quello zio che si era adoperato per fargli portare il cognome giusto, quello che conta. De Stefano.

Perché Paolo Rosario si chiamava Caponera. Portava il cognome della madre fino al termine delle pratiche di riconoscimento.

Su lui il peso di tutto. Specie dopo la cattura di Giuseppe De Stefano, poco più grande di lui, catturato nel dicembre scorso.

Questa volta non c’era nessuno a mandar baci o saluti al boss che, forse, non finirà nemmeno al 41bis. Ma non gli mancava il sorriso. La spavalderia di facciata che fa comodo a non far dubitare quel manipolo di persone, curiosi o interessati, fuori la Questura.

Ma è certo che sotto le ceneri di una cosca semi frantumata non cessano le attività. Non cessa lo strapotere.

Il dubbio che viene ogni volta è che la cattura di un boss incrini equilibri pericolosi. Salvo Boemi, nei suoi ultimi giorni alla DDA, anche in occasione della cattura di Pasquale Condello, parlò del rischio di una nuova guerra di mafia.

La pax potrebbe finire.

Ma “loro” sanno che non conviene a nessuno.

Anche se episodi come la scomparsa di Paolo Schimizzi, reggente della cosca Tegano, e cognato di Paolo Rosario De Stefano è un segnale.

Un segnale che chi di dovere tiene in debita considerazione.

Come le “successioni” dentro e tra i clan che tengono sotto scacco Reggio.

antonino monteleone

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4 Responses to “Uno dopo l’altro”

  1. Francesco scrive:

    Antonio, non ti conosco di persona, ma da quello che ho ,letto mi sento di dire solo che SEI UN GRANDE.

  2. Antonino N. scrive:

    Ne manca solo uno all’appello …

  3. Angela scrive:

    Leggendo i giornali non avevo capito molto di tutta la faccenda..
    Grazie, come al solito, dei tuoi puntuali e precisi chiarimenti!

  4. Davide scrive:

    Ahime devo ammettere di essere piuttosto all’oscuro delle vicende legate all’ndrangheta, come ai nomi e alle famiglie citate nell’articolo.
    Parli di una pax che forse sta per finire e di un personaggio di spicco scomparso.
    Questo mi ricorda l’ascesa dei “viddani” corleonesi nella mafia siciliana, quando con il rito della lupara bianca colpivano le famiglie nemiche.
    Se ci fosse uno stato interessato alla lotta alla criminalità organizzata e se realmente si andasse verso una guerra aperta e nota agli occhi dei cittadini, potrebbe aprirsi uno spiraglio in cui colpire.
    Però l’opinione pubblica dovrebbe costringere i politici ad agire e/o i politici dovrebbero essere interessati a farlo. L’informazione, però, non esiste a livello nazionale, i politici sono troppo coinvolti e troppo “convertiti” per andare contro gli amici di amici (quando non sono addirittura amici diretti).
    Quindi mi vedo pessimista: questo è un arresto importante, sì, ma che credo non faccia altro che spianare la strada a un’altra famiglia, qualunque essa sia…

    Sperando di sbagliarmi, ti saluto.
    Davide

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Antonino Monteleone (nome d’arte di Antonino Salvatore Monteleone) è un pensionato settantenne condannato nel 1963 ad essere precipitato nel corpo di un giovane di belle speranze

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