Le notizie, le dichiarazioni e gli sviluppi delle indagini sull’ordigno esploso davanti gli uffici del Giudice di Pace e della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria si rincorrono numerosi.
Secondo le agenzie di questi minuti, l’attentato dinamitardo sarebbe stato un accordo tra i clan della ‘ndrangheta per condizionare l’operato dei magistrati del distretto di Reggio Calabria. Una lettura che potrebbe complicare ancora di più l’opera di interpretazione di un gesto gravissimo per la sua valenza simbolica – un palazzo delle Istituzioni così platealmente vulnerabile alle pulsioni di due teppisti o, peggio, col fianco scoperto verso la criminalità organizzata – ma con troppi punti oscuri.
Per riassumere.
La notte tra il 2 ed il 3 gennaio, sono passate le 5:30, due ragazzi in sella ad uno scooter arrivano da Via Aschenez (senso unico, direzione sud-ovest della città) in Via Cimino, che ne è la naturale prosecuzione. Accostano. Tirano giù una piccola bombola del gas su cui è installata una carica esplosiva ed una miccia. Lì ci sono due portoni per due targhe e due uffici differenti. Uno è quello del Giudice di Pace, l’altro della Procura Generale presso la Corte d’Appello la cui sede principale si trova nell’antico palazzo dei Tribunali che domina Piazza Castello. I malviventi scelgono il primo portone, quello del Giudice di Pace. Quello è però nell’area coperta pienamente da una telecamera a circuito chiuso che fa bella mostra di sé. Potevano essere prudenti, ma sembra che non gliene importi nulla. Accendono l’innesco e vanno via. Poi l’esplosione.
Dei ragazzi che tiravan tardi nell’adiacente Piazza Castello sentono il botto e chiamano il 113.
La detonazione, non completamente efficace, brucia le bandiere, divelle il cancello spingendolo all’interno, ma non provoca il benché minimo danno interno. Perfino il distributore automatico di bevande fredde, attaccato all’ingresso, rimane acceso e non si annerisce nemmeno.
Il primo lancio d’agenzia arriva poco prima delle 9 del mattino.
Anche chi era sveglio ed ha sentito il botto non si è meravigliato.
E’ lo stesso Procuratore Generale, Salvatore Di Landro a dichiarare ai giornalisti che ha ricevuto nel suo ufficio che:
“All’inizio si aveva l’impressione che non fosse un fatto di estrema gravità. Mi riferisco, lo dico perché non ci siano equivoci, a stamattina prestissimo. Speravo, quando sono stato avvertito, che si trattasse di un episodio riconducibile a qualche soggetto che avesse agito in modo sconsiderato. Però, arrivato qui, ho dovuto constatare che, invece, l’attentato è una cosa di estrema gravità. Condotto con grande professionalità e quindi posto inessere certamente dalla criminalità organizzata“.
Non posso quindi fare a meno di analizzarlo, il tasso di professionalità.
Piazzare una bomba davanti ad un ufficio giudiziario, seppur privo di sorveglianza (quella privata chiude il turno alle 20), proprio sotto una telecamera di sorveglianza percorrendo una strada comunque coperta da altri punti di osservazione elettronica (il famossissimo e inutile impianto di video sorveglianza centralizzato che ha almeno due videocamere tra Via Aschenez e Via Arcovito) col motorino è un’operazione che di professionale ha davvero poco. Una bombola del gas con della polvere nera non rappresenta alcun certificato di provenienza né dell’idea né del movente.
Ma tant’é.
Telegiornali e quotidiani on-line mettono la notizia in prima pagina e via con le dichiarazioni.
Perfino il Capo dello Stato, rimasto a guardare vicende come gli attriti tra magistrati negli uffici della Procura di Reggio Calabria o l’intera vicenda del verminaio di Catanzaro, interviene con una sua dichiarazione solenne.
Il corvo non se lo ricorda più nessuno. E non vorrei avesse lasciato la penna delle sue lettere per la polvere da sparo.
E’ vero, e nessuno potrebbe negarlo, che di partite vinte dai magistrati reggini contro le cosche cominciano a vedersene molte e significative. E’ vero che molti processi si concluderanno, in appello, con delle conferme di condanna o di sostanziosi sequestri di patrimoni mafiosi. Le cosche vorrebbero che i sostituti della Procura Generale fossero meno attenti. Che lasciassero tutto così come arriva da Tribunale e Procura. Invece spesso le condanne si fanno più pesanti.
Che questo dispiaccia alla ‘ndrangheta è un fatto, oltre che una buona notizia.
Per questo la lettura di ciò che è successo merita più attenzione.
Come si può pensare che le cosche si siano “messe d’accordo” nel pianificare un’operazione che aumenterà il livello di guardia dello Stato?
Trovare una sintesi degli interessi mafiosi e decidere l’eliminazione fisica di un ostacolo alle cosche va fatta – diceva tal Provenzano – quando uno fa più danni da vivo che da morto. A Crotone volevano (e vogliono) far fuori Pierpaolo Bruni e le cosche stavano per raggiungere un accordo. Ed è facile crederlo.
Altrettanto non si può dire per una bombola che ha solleticato un palazzo. Sia pure un ufficio giudiziario.
Quando un’esplosione ha sventrato una pizzeria facendo ribaltare autovetture e cassonetti a decine di metri di distanza nemmeno una riga si lesse sui giornali né una parola si ascoltò in televisione.
Quando a dicembre del 2008 Giuseppe De Stefano, latitante dal 2002, veniva consegnato alle patrie galere tra i baci dei suoi fans il TG1 badava bene di madare in onda il servizio sulla cattura nella sola edizione delle 20 nonostante l’aggressione all’operatore da parte di un familiare.
C’era almeno una telecamera che ha ripreso il momento in cui è stato piazzato l’ordigno prima di esplodere. Telecamera che apparentemente non ha subito danni.
Ma la targa sarebbe stata alterata. Altro dubbio. La telecamera punta via Cimino in direzione opposta al senso di marcia. Se la targa è stata inquadrata significa che chi ha piazzato l’ordigno ha scelto una via di fuga pericolosa. Ha percorso una strada contromano passando davanti ad un gruppetto di ragazzi che, stando ad alcune testimonianze, si trovavano – come di consueto nei fine settimana – a bivaccare fino a tardi nella vicina Piazza Castello.
Non vorrei che qualcuno, in mala fede, mi dicesse che faccio il buonista con la ‘ndrangheta.
Basta sfogliarlo, questo blog, per capire che non potrebbe essere.
La ‘ndrangheta c’è. Controlla l’economia e qualche palazzo del potere. Garantisce affari e amministra giustizia. Eroga prestiti migliori delle banche e, con la loro complicità, può reinvestire il frutto di estorsioni e usura in attività lecite.
Questa è la regione dove si ammazzano i Consiglieri Regionali. E non posso non accorgermi che tra due mesi si voterà ancora. Programmi politici inesistenti. Accordi scellerati per accaparrarsi l’ultima preferenza. Schieramenti trasversali. Ed un partito unico di maggioranza. Quello degli inquisiti. Politici sensibili a questi amichevoli avvertimenti.
Ho realizzato un piccolo contributo filmato. Pubblico questo post prima di tornare in strada a sentire la gente che manifesterà ancora il proprio sdegno.
Se c’è una cosa buona in quello che è successo è proprio la reazione, inaspettata, della gente comune. E’ stato emozionante vedere 100 persone che non hanno paura a farsi riprendere da una telecamera o vedere dalle persone che continuano la loro vita nella più egoista indifferenza.
Ho riportato alcuni fatti conditi da valutazioni personalissime. Vedo che non le condividono in molti per questo ho dovuto buttarle giù. Per voi.
Che son già passate le feste. E non vi ho nemmeno fatto gli auguri.
Buon 2010, senza botto!
antonino monteleone
Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.



[...] Fonte: http://www.antoninomonteleone.it [...]