Archive for febbraio, 2010

Lando Carria

Posted by Antonino Monteleone On febbraio - 27 - 2010

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Molto di rado “ricevo e pubblico” qualcosa.

Ma non potevo non rendere omaggio ad un’inziativa, geniale e provocatoria al tempo stesso, della quale ancora so molto poco. Ma ho già mandato una mail all’indirizzo ufficiale per avere un contatto con gli ideatori che meritano un applauso.

Signore e signori, “cazzu iu”, ecco il vero volto della Calabria.

Ecco a voi Lando.

Lando Carria.

Carrialando…

Sarà in corsa alla carica di Governatore sostenuto da una lista fortissima. Quella del movimento CdM.

Calabria da Morire

simbolo_cdm

Il programma? E’ tutto un programma!

Eccolo.

“Svelerò il vero volto della politica calabrese”. Si presenta così Lando Carrìa, il candidato alla presidenza della Regione Calabria di “Calabria da morire”, il nuovo movimento della società civile che sfiderà la politica calabrese.

Lavoro, ambiente, emigrazione e sanità sono i quattro temi cruciali per il futuro della nostra regione. Tutti ne parlano da decenni, ma nessuno risolve i problemi dei calabresi. “Ecco perché ho deciso di scendere in campo – afferma Lando Carrìa, candidato dell’ultima ora alle Regionali calabresi e convinto di potere vincere a sorpresa le elezioni – Offriremo le nostre proposte sorprendenti per risolvere problemi annosi, per pensare al futuro della Calabria”.

“Calabria da morire” metterà la propria maschera nell’agone della politica calabrese e toglierà la maschera a tutti i candidati. Racconterà di lavoro e disoccupazione, di politica e malapolitica, di ambiente da conservare e di devastazioni, di lavoratori migranti aggrediti e sfruttati, di un servizio sanitario da rifare. I cittadini elettori calabresi stiano tranquilli: questa volta non ci saranno più spazi per ambiguità e parole non dette, per i dietro le quinte e gli accordi nascosti. Vi racconteremo la verità. I politici stiano attenti.

“Mi troverete senza preavviso per le strade delle città calabresi, sul web, sui giornali e le tv – Lando Carrìa anticipa le prossime mosse della sua campagna elettorale – e vi accorgerete che la realtà nella politica calabrese supera la fantasia”.

Una rivoluzione in quattro punti

Lavoro

In Calabria la disoccupazione è un problema gravissimo e si sa che un esercito di disoccupati è terreno fertile per la ‘ndrangheta.

Noi siamo convinti che questo problema si possa e si debba risolvere.

Il nostro ottimismo nasce dalla considerazione dei punti di forza della nostra regione. In Calabria esistono risorse umane di grande qualità, giovani preparati, cervelli dinamici, menti colte e creative, competenze professionali di alto livello, un mercato del lavoro con potenzialità dirompenti che deve essere messo al servizio dello sviluppo della Regione. È su queste virtù che bisogna fare leva per risolvere una volta per tutte l’odioso problema della disoccupazione. Per raggiungere questo obiettivo sarà fondamentale un uso oculato delle risorse che verranno dai fondi europei e nazionali. Il nostro impegno sarà per una maggiore efficienza e trasparenza su questo versante.

Ambiente

La valorizzazione delle risorse ambientali della nostra regione può essere la soluzione di tutti i nostri mali. La Calabria è una terra ricca di strepitose bellezze naturali, siti archeologici di indiscutibile valore, beni di grande interesse artistico e culturale. Bisogna mettere questo patrimonio in condizione di produrre ricchezza, di essere fonte di sviluppo potenziando il sistema dei trasporti e costruendo strutture ricettive fornite di personale qualificato. [che siano in grado di fornire servizi di alto livello per competere con le più importanti mete (località) turistiche. ]

Strutture di questo tipo avrebbero anche l’enorme pregio di assorbire buona parte della disoccupazione giovanile. Noi intendiamo puntare tutto sulla nostra posizione strategica e sullo sviluppo del Mediterraneo. Le notizie di rifiuti tossici depositati per mare e per terra, dell’aumento dei casi di tumore, di città costruite su bombe ecologiche, di interi quartieri costruiti negli alvei dei torrenti o in zone a rischio frana, hanno però diffuso un’immagine negativa (apocalittica) della nostra terra: sono necessarie decisioni importanti e soluzioni radicali.

Migrazioni

La Calabria è una terra ospitale e accogliente ma è anche la terra che ha riesumato la schiavitù come forma di contratto di lavoro. I fatti di Rosarno hanno sollevato un problema fino ad ora taciuto: la forza lavoro migrante è una realtà importante e rappresenta, soprattutto al Sud, un fattore fondamentale per sopperire alla carenza di servizi sociali pubblici. Attingendo alla nostra memoria collettiva di popolo che ha vissuto il fenomeno migratorio e facendo tesoro delle esperienze maturate lontano dai nostri luoghi intendiamo proporre un modello di integrazione in cui per tutte le parti coinvolte siano chiari diritti e doveri e in cui siano accolti (trovino spazio e impiego) i soggetti più deboli. Noi ci facciamo carico di questo problema ed assicuriamo che eventi come quelli di Rosarno non si ripeteranno mai più.

Sanità

Per un sistema sanitario più efficiente sono necessari maggiori investimenti e maggiore trasparenza nel loro impiego: potenziare le strutture ospedaliere e realizzarne di nuove, fornirle dei necessari macchinari, migliorare le prestazioni, garantire trasparenza negli appalti, procedere alla nomina dei responsabili sulla base di criteri funzionali e trasparenti, impiegare le ingenti risorse finanziarie (la sanità è il maggiore capitolo di spesa del bilancio regionale) destinate alla sanità in maniera razionale per offrire adeguata assistenza ai cittadini, farla finita, una volta per tutte, con la tristezza dei viaggi della speranza che, naturalmente, penalizzano le fasce più deboli della popolazione.

Attualmente lo stato delle cose in tema di sanità pubblica è di crisi nera, come i numerosi casi di malasanità testimoniano. Noi vogliamo risolvere questo nodo con una soluzione che vi sorprenderà.

p.s: giuro che, al momento, non so chi ci sia dietro l’inziativa. Ma il manifesto era irresistibile…

Andare oltre

Posted by Antonino Monteleone On febbraio - 23 - 2010

Ho trascorso la mattinata del 22 febbraio assieme ad un cronista. Un cronista che mi stava antipatico, ma che non ho mai potuto fare a meno di seguire perché quando ho cominciato a scrivere in questa terra, in questa città, raccontarne vizi e contraddizioni, le notizie le dava lui.

Oggi lo considero un amico. Anche se la confidenza non è tanta ho già ottenuto il dono di qualche “lezione” di giornalismo. E ad uno come me non possono che fare bene.

Proprio ieri mattina, mentre si tentava – tra il serio ed il faceto – di capire in che modo, oggi, il potere criminale che governa questo territorio si riorganizza e si rafforza. Come amministra la giustizia e ridistribuisce i proventi delle attività illecite, ci siamo domandati, tra le altre cose, da che parte stare facendo questo maledetto mestiere.

Ancora non era arrivato in redazione e ci siamo lasciati poco prima che si facesse l’ora di pranzo.

E poi ho saputo quello che è successo. Qui in rete.

Giuseppe Baldessarro è un giornalista.

E’ un giornalista che si è occupato di politica, provocando non poche grane a quel gruppo di banditi che si accomoda al banchetto delle risorse dei contribuenti, spesso grazie ad un sostegno elettorale che si regge su clientele e ‘ndrangheta. Il suo lo scoop sul “concorsone” del Consiglio Regionale (legge che assumeva a tempo indeterminato i membri delle strutture speciali dei consiglieri regionali che, però, sceglievano direttamente i componenti. Spesso amici e parenti).

Due giorni fa ci ha spiegato come un parroco, un consigliere comunale (già presidente di circoscrizione), assieme a un paio di mafiosi, studiavano strategie politiche a cavallo tra le Regionali del 2005 e le amministrative del 2007.

Due giorni consecutivi di “notizie” come in nessun altro giornale. Le reazioni? Sarebbe dovuto venire giù il diluvio e invece niente.

Ancora prima fu lui l’unico a pubblicare il nome di Armando Veneto nell’ambito dell’inchiesta “Rosarno è nostro 2″. L’avvocato della piana di Gioia Tauro, ex parlamentare europeo dell’Udeur, assolutamente non indagato veniva tirato in ballo da alcuni personaggi vicini o organici alla cosca dei Pesce-Bellocco di Rosarno perché avrebbe consigliato sottilissime strategìe difensive per l’ottenimento di benefici quali differimenti di pena o scarcerazioni, attraverso una profonda conoscenza della turnazione dei magistrati del Riesame e del Tribunale di Sorveglianza. Potremmo dire che conosceva (e conosce!) molto bene gli “orientamenti dottrinali” di qualche toga. Lo stesso avvocato passato agli onori delle cronache per aver formulato l’elogio funebre al boss Gioacchino Piromalli senior, tanti anni fa.

Solo che quando scrivi qualcosa di veramente forte, in questa Città sorda non succede nulla. Rimani isolato. Hai urlato in mezzo al vuoto più totale. Senti l’eco e poi il fastidioso ronzio del silenzio.

Ma il suo lavoro non piace più. Non è mai piaciuto. Né alle cosche, né alla politica, né ai circoli di industriali, massoni e affini.

Così la lettera corredata dai pallini di fucile la fanno recapire alla redazione di Reggio del Quotidiano.

“Non andare oltre”.

Un messaggio chiaro. Esplicito. Perentorio.

Mi hanno chiesto – e mi chiedono ancora – se ho paura dopo quello che è successo a me. Rispondo di no. E continuerò a farlo.

Ma quello che è successo a Michele Albanese, Angela Corica, ieri a Filippo Marra Cutrupi, al sottoscritto, oggi a Peppe Baldessarro mi fa capire che qualcosa sta accadendo.

Voi non lo vedete, ma io sì.

Le intimidazioni di questi giorni sono la tracciatura di un solco, profondissimo. Una barriera, un confine, un limite. E’ stata tirata una linea di fronte a noi. Di fronte a tutta l’informazione di questa regione.

La stessa linea che è stata tirata di fronte alla magistratura reggina con la bomba davanti la Procura Generale.

Un messaggio per tutti.

Per chi ha sempre fatto il proprio dovere e, forse, anche per chi lo ha fatto a giorni alterni. Ma il messaggio è unico.

Superare quella linea significa accettare non una sfida dei singoli. Ma una lotta diffusa di difesa della dignità di ciascuno di noi.

Superare quella linea non è spavalderia, né incoscienza.

Superare quella linea è dire da che parte si è deciso di rimanere.

Per questo “andare oltre” è qualcosa che già apparteneva al passato.

antonino monteleone

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Il salotto, la toga e le collusioni

Posted by Antonino Monteleone On febbraio - 8 - 2010
 

di Antonino Monteleone e Claudio Cordova per Strill.it

“Se hanno messo una bomba davanti alla Procura Generale vuol dire che era un messaggio per la Procura Generale altrimenti la mettevano davanti la Corte d’Appello o in Tribunale”.
Nicola Gratteri, magistrato che conosce bene le dinamiche della ‘ndrangheta a Reggio Calabria, risponde alle domande di Fabio Fazio che lo ha ospitato nella puntata domenicale di “Che Tempo che fa” su Rai3.
“Non facciamo di tutto quello che sta accadendo un’insalata” – ha detto Gratteri quando Fazio gli ha ricordato l’attentato in Procura Generale e l’auto “che praticamente era un’arsenale” ritrovata il giorno della visita di Napolitano – “però è certo che la risposta deve essere adeguata. Altrimenti rischiamo grosso”.

“Non serve dire siamo uniti e compatti. Sono solo chiacchiere. Bisogna dare una risposta molto precisa a quanto accaduto”.

Gratteri inarca il sopracciglio e guarda lo schermo. Sembra dire qualcosa a qualcuno.

E lo fa mentre da ambienti investigativi, nonostante indagini che si svolgono nella massima riservatezza ed a ritmo serrato, trapelano alcune indiscrezioni che se confermate aprirebbero lo scenario più inquietante che si potesse immaginare nelle ore immediatamente successive al gesto che ha scosso l’opinione pubblica nazionale.

Salvatore Di Landro, il nuovo Procuratore Generale, avrebbe fatto saltare un ingranaggio che alcuni “principi del foro” hanno negli anni messo a punto e lubrificato con frequentazioni “nobilissime” nei salotti buoni della Città dello Stretto.

Troppe volte magistrati in prima linea hanno denunciato l’assottigliamento delle distanze tra chi difende gli imputati e chi li porta alla sbarra davanti ad un Giudice che, sulla carta, dovrebbe avere tre caratteristiche. Essere terzo, disinteressato e rispondere solo alla legge.

Lo disse, in tempi non molto lontani, Salvatore Boemi – il pm di “Olimpia” – e lo ripeté prima di concludere la propria carriera anche Luigi De Magistris.

Entrambi hanno lasciato la toga. Entrambi con la stessa amarezza.

La contiguità tra i diversi settori del grande comparto della Giustizia. Avvocati brillanti e rispettati che conoscono fin troppo bene il carattere, talvolta qualcosa di più, dei magistrati più “anziani” di ciascun distretto. I circoli, i club service, i ristoranti, i teatri, le logge massoniche. Con l’appartenenza ostentata negli uffici o in blindatissimi studi legali. Che sbriciolano quelle barriere ideali che gli sguardi più ingenui ritengono esistere ed essere insormontabili.

La distanza che separa guardie e ladri.

Le stesse di cui parla l’inviato speciale del SOLE 24 ORE Roberto Galullo che ha un blog intitolato proprio così. “Guardie e Ladri”.

Anche Galullo accenna all’inconfessabile verità che potrebbe venire fuori come una melma maleodorante che rischia di gettare un’ombra scurissima su una parte del lavoro di magistrati del distretto.

Mutare carriere e reputazioni di persone considerate incorruttibili e impavide.

“Forse la bomba a Reggio ha avuto anche il compito di avvertire almeno tre-persone-tre (di cui molti sanno i nomi, i cognomi e persino i soprannomi) che negli uffici giudiziari vivono e lavorano. Lavorano, magari, non al servizio della Giustizia.”

Scrive Galullo che affonda la penna “Conosco i nomi, i cognomi e i soprannomi di queste persone considerate da molti “ambigue”. Li conoscono anche coloro che potrebbero intervenire per rimuoverli. Ma non per spostarle da un ufficio all’altro (è già successo) ma per denunciarle e perseguirle. Le prove sono li, sotto gli occhi di tutti”.

Ora, in un Paese che vorrebbe almeno fingere, con una grande prova recitativa, di essere serio, le parole, chiare, chiarissime, di Galullo rappresenterebbero una “notitia criminis” su fatti che tutti, giustamente, si sono presi la briga di giudicare “gravissimi”.

Non in Italia, non in Calabria.

Gli scorsi giorni, presso gli uffici della Procura Generale, quelli colpiti dalla bomba del 3 gennaio, sono stati assai intensi: ispettori ministeriali hanno ascoltato i magistrati, hanno chiesto e ottenuto fascicoli e hanno passato al setaccio le storie giudiziarie degli ultimi anni.

Voci di corridoio raccontano di un Procuratore Generale, Salvatore Di Landro, assai deciso su un cambiamento di strategia nella gestione di un ufficio che, negli ultimi anni, aveva vissuto un periodo di serio appannamento.

I riscontri forniti da Di Landro agli ispettori del Ministero della Giustizia sarebbero assai duri e indirizzati verso determinate direzioni.

Insomma, qualcosa di strano potrebbe essere avvenuto. Se gli ispettori del Guardasigilli Alfano sono giunti in riva allo Stretto è perché, evidentemente, potrebbero esserci, come scrive anche Galullo, strane commistioni.

C’è una storia che vale la pena raccontare.

E’ l’operazione “Rosarno è nostra 2″, a svelarla. L’operazione ha consentito alla Squadra Mobile di Renato Cortese di stringere le manette ai polsi di alcuni affiliati alla cosca Bellocco di Rosarno, nei giorni in cui la piana era sotto i riflettori per la rivolta degli schiavi nordafricani, un avvocato molto noto, Armando Veneto, secondo le ipotesi investigative, consigliava ai suoi clienti quando presentare le istanze di scarcerazione perché a conoscenza – secondo la Procura – della “linea di pensiero” di alcuni presidenti di Sezione; così anche dietro la Procura Generale si nasconderebbe la garanzia di “benevolenza” di un avvocato al suo cliente condannato all’ergastolo.

Potrebbe essere un esempio eloquente rispetto alla gestione, evidentemente distorta, della Giustizia, messa in atto da alcuni soggetti.

Meccanismi strani, lo abbiamo detto. Il nuovo Procuratore Generale Salvatore Di Landro, venuto a conoscenza di alcune circostanze poco chiare, avrebbe spezzato tali meccanismi decidendo di scombinare le turnazioni di tutti i sostituti.

Scompaginando così i piani di chi potrebbe addirittura speso, senza titolo, un’amicizia illustre per raggiungere obiettivi che nessuno si sarebbe mai sognato di assecondare, se lo avesse saputo o capito.

Cambia il PG e durante le udienze la musica cambia.

Così viene armata la mano di chi di dovere, manovalanza al servizio di quelle cosche di ‘ndrangheta dotate dell’autorevolezza per compiere un gesto simile. Quelle cosche i cui rampolli non vivono certo lontano dagli stessi circoli frequentati da buoni e cattivi nello stesso tempo.

E il botto fuori dalla Procura diventa un segnale. Un segnale con due soli significati possibili.

Per Salvatore Di Landro, perché capisca che questa “turnazione” non è buona.
Per chi potrebbe aver tradito il proprio giuramento. Perché – come scrive Galullo – le cosche vogliono “ricordargli che devono trovare una soluzione. Altrimenti…”

Una mazzata colossale contro la crescente fiducia dei cittadini nei confronti della magistratura e delle Istituzioni in generale attorno alle quali, in tanti, hanno cominciato a fare quadrato.

Una dimostrazione che le cosche penetrano in ogni palazzo. E che venisse anche il Presidente della Repubblica, le strade sono le loro.

Ad un mese dalle elezioni regionali, un avvertimento chiaro.

E però la bomba del 3 gennaio potrebbe essere, paradossalmente, catartica. Non è escluso che altre ispezioni ministeriali possano interessare, ancora, gli uffici della Procura Generale, ma, secondo indiscrezioni, il materiale raccolto fin qui dagli inviati di Alfano sarebbe tutt’altro che lusinghiero sull’operato di alcuni operatori dell’ufficio.

E la conseguenza sarebbe inevitabile: i trasferimenti immediati dei soggetti interessati.

Questa è la tua casa – di Giusva Branca

Posted by Antonino Monteleone On febbraio - 7 - 2010

Venerdì ho ricevuto, tra tante splendide attestazioni di soliderietà, stima e affetto, una lettera di una persona per me molto importante. Mi sono formato cominciando con un’esperienza televisiva in una giovane emittente guidata da Eugenio Marino che, con severità, ha corretto molti dei miei difetti. Caratteriali e tecnici. Poi sono arrivato ad una scuola. Alla scuola di Giusva Branca, ho imparato ancora di più e mi sono scontrato quotidianamente per un anno bellissimo trascorso a Telereggio. La mia avventura cominciava con strill.it quando non ci conoscevamo ancora e questo blog era stato notato.

Oggi per me Giusva è un amico. Un fratello. Anche un papà.

Pubblico la sua lettera che mi ha stretto il cuore.

di Giusva Branca dal suo blog

Caro Antonino,

stanotte sei stato vittima di una tipica vigliaccata mafiosa. Ti hanno incendiato l’auto, i canoni dell’avvertimento sono stati rigorosamente rispettati.

Hai scelto, da tempo, di vivere fino in fondo la professione, a Reggio, nell’unico modo che conosci e – ti dico con orgoglio – hai preso alla lettera, ma migliorandone i canoni di applicazione, i primi rudimenti che personalmente ed attraverso Strill.it (tua prima “casa” che, in quanto tale, resta e resterà sempre tua) ti offrii ormai 4 anni fa.

Chi ci legge deve sapere che le più feroci discussioni su tematiche inerenti la nostra professione le abbiamo fatte tu ed io. Così distanti, così vicini nei nostri modi di essere, di pensare.

Lo sfregio fatto a te, stanotte, è fatto a tutti noi di Strill.it, ma è fatto a tutta la comunità per bene di questa città.

Ora, caro Antonino, su quanti siano – effettivamente – i reggini per bene mi interrogo silenziosamente da tempo, ma tu sei certamente non solo uno di questi, ma anche uno dei pochi che si batte per l’affermazione piena di uno status che, altrimenti, rischia di restare solo una sommessa dichiarazione di principio.

Molte cose di te le ammiro, altre te le rimprovero, qualcuna te la invidio.

Tra queste ultime ci sono certamente la capacità straordinaria di affondare, concettualmente prima e per iscritto poi, il coltello nella piaga, di isolare il bubbone con precisione chirurgica e di portarlo a galla vestito anche di una godibilissima ironia.

Potrei dirti e ti dico un banale “Non mollare”, caro Antonino; come persone, nei nostri singoli blog e – assieme al nostro manipolo di giovani amici e colleghi con “due palle così” – su Strill.it, siamo uniti da in invisibile filo. Lo sai, molte cose le vediamo nel medesimo modo se si parla di obiettivi di fondo, spesso in maniera diametralmente opposta rispetto alle modalità del loro perseguimento.

Non pensare che siamo diversi in maniera inconciliabile; è solo una questione di età: 18 anni di differenza, alle nostre età, si sentono, ma va bene così, credimi.

Vorrei anche dirti pubblicamente: non sentirti solo e non isolarti. Vai, vieni, torna, riparti, stai a Reggio, a Roma, a Milano, a Palermo, dove ti pare, ma ricorda sempre, come uno dei migliori figli, che la tua casa, il tuo rifugio sicuro, il posto dove litigare ferocemente con “papà, mamma, fratelli e sorelle” è Strill.it, vera sacca di libertà espressiva reale che la città abbia espresso e che tu hai contribuito a far crescere fin dalla prima ora.

Con stima pari all’affetto ti abbraccio caramente.

Il tuo direttore

C’è una pista

Posted by Antonino Monteleone On febbraio - 7 - 2010
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FIAT – nuova linea di produzione invernale

C’è una pista. Troppi indizi che lasciano capire che le ipotesi più verosimili possono ridursi alle seguenti circostanze.

1) Tutte le carte auguri degli operatori di telefonia mobile, penso alla Christmas Card di Vodafone, cominciano a scadere proprio tra fine gennaio ed i primi di febbraio. E’ chiaro che qualcuno volesse mandarmi un messaggio per il mio compleanno e, non avendo credito sufficiente, ha preferito una via alternativa per manifestare il proprio “calore”. I sospetti sono fortissimi dopo un’interminabile attesa al 190.

2) Il secondo scenario, più stimolante, sarebbe da inquadrare nel mio sostegno incondizionato verso gli operai della FIAT vittime dell’industria all’italiana. Intascare contributi ed incentivi dei contribuenti italiani e realizzare esternalità economiche positive all’estero. Per questo è ora che tutti ce ne ricompriamo una, di FIAT. E quanto accaduto rientra in preciso – e condiviso – piano di eco-incen-tivi.

3) Altrimenti non mi rimane che chiedere conto ad Apple ed Adobe. Da quando mi sto dedicando ad apprendere i rudimenti di After Effects e Motion ho rischiato di farmi prendere la mano. Non vorrei che l’effetto “flame” fosse più realistico di quanto pensassi finendo con l’esagerare. Ma l’ipotesi è da scartare. Non siamo mica al Filmfest!

E quindi basta con la “retrospettiva”. E basta anche con il cazzeggio.

Quello è ciò che rimane della mia macchina. La mia anche se qualcuno ha precisato che fosse intestata a P.T. 39 anni. La mia perché degli appena 50mila kilometri in due anni e pochi mesi ne ho percorsi oltre 48mila in giro per l’italico stivale.

Dopo averci scherzato su, per anni, con gli amici (e non) dicendoci che tanto “prima o poi…” mi sono sentito l’odore del fuoco nelle narici ed ho ancora impressi i fotogrammi e quel rumore sordo delle fiamme.

La vicinanza di quanti mi hanno raggiunto nei minuti successivi ha attenuato l’amarezza. Ma avere urlato dal balcone “Bastardi!”, perché avevo capito e visto! che qualcosa non andava in quelle persone appostate all’angolo della strada di casa, mi ha fatto sentire un po’ coglione.

Se mi capitassero sotto tiro o se li avessi visti in faccia, non rivelerò nulla più di quanto non apparso sui giornali perché è bene che gli investigatori seguano le piste “vere”, con cattiveria gli tirerei in testa un dizionario.

Sto scrivendo di domenica mattina dopo un evento accaduto tra giovedì e venerdì. Non sono più sul pezzo, mi direte.

Ma non mi andava, e non mi va, di piangermi addosso.

Avrei voluto, invece, pubblicare qualcosa di più succulento. Perché siamo in campagna elettorale ed anche se la tanta solidarietà ricevuta mi ha commosso sono certo che qualcuno di essi riceverà, nelle prossime settimane, qualche dispiacere.

Perché il modo migliore di ricambiare l’affetto di ciascuno di voi (sto ancora rispondendo ad un centinaio di mail arretrate), dei colleghi che mi hanno offerto spazio, di tante persone che ho sentito vicine, è di continuare a fare quello che – forse – mi ha provocato la più visibile di tante spiacevoli conseguenze.

Vorrei, ma è meglio non accennare alle persone care che vorrei adesso fosse più tutelate di me.

Un giorno voglio dei figli e per amore loro non posso smettere di fare quello che ho fatto ieri, che avevo vent’anni e una manciata di sogni, e quello che faccio oggi, che di anni ne ho pochi di più e i sogni sono diventati progetti.

Secondo molti dovrei decidere se rimanere o andare. Ed assumere comportamenti diversi in base alla decisione. Ho lasciato nel pomeriggio la Città anziché farlo la mattina, in macchina.

Il “contrattempo” mi ha obbligato all’aeroporto. Nessuno si sogni che viva la lontananza come un esilio. Continuo a lavorare su e giù per l’Italia come faccio da qualche mese, con discreti risultati.

Ma ci sono troppe cose che, al mio ritorno, non riempiono adeguatamente le pagine dei giornali. Pensate che ieri, il più letto in città ed in regione, ha perfino dato la notizia di quanto accaduto. Ehi! Non cadete dalla sedia. Erano appena 1000 battute.

Grazie a tutti gli esponenti del mondo politico, sindacale, della società civile e non solo mi hanno espresso vicinanza. Qualcuno non lo conoscevo di persona, di altri non avevo certo parlato a lingua morbida, ma devo dire loro “Grazie!”.

Non sono l’unico, né il primo e né l’ultimo a cui viene restituita la cortesia di un’attenzione oltre la soglia consentita. Che si traduce nella fotografia di un manipolo di relatori dietro alla scrivania di un convegno. O in una di quelle conferenze stampa senza domande. O, peggio, di una di quelle conferenze stampa dove la domanda più impertinente è “Ma il Sud, Presidente, ce la può fare?”.

E mentre le bombe e le minacce proseguono contro magistrati ed amministratori, noi giornalisti dovremmo sentirci offesi. Di esser costretti a perdere tempo parlando di noi!

Mi sono sempre sentito un mezzo orfano. Però ho scoperto di far parte di una grande famiglia (non ho detto “famigghia”). Siete voi.

Continuerò a farvi incazzare. O sorridere.

C’è una pista. Forse a Gambarie. Ma è chiusa.

Chi si ferma è perduto.

antonino monteleone

p.s: torno ad ascoltare un brano di Eros Ramazzotti molto in voga di questi tempi. “Fuoco nel fuoco”. Non è male. Na na na na na;-)

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Antonino Monteleone (nome d’arte di Antonino Salvatore Monteleone) è un pensionato settantenne condannato nel 1963 ad essere precipitato nel corpo di un giovane di belle speranze

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