Archive for giugno, 2010

Processo alla seconda Repubblica

Posted by Antonino Monteleone On giugno - 28 - 2010

Al quinto giorno di camera di consiglio l’attesa per la sentenza d’Appello a carico di Marcello Dell’Utri comincia a diventare estenuante. Un po’ per tutti. Giornalisti, avvocati, semplici cittadini (ivi compresa una certa dose di fanatici o ossessi da condanna che – sorprenderò qualcuno con queste parole – sopporto con sempre maggiore fatica).
E poi immagino l’attesa dell’imputato eccellente. Marcello Dell’Utri.

Si trova già a Palermo o aspetta la sua sentenza nella sua residenza milanese?

E come si sentirà? Teme davvero il carcere che, in caso di conferma della condanna in appello e, poi, in Cassazione, dovrà certamente scontare? Oppure è tranquillo perché le ombre gettate in questi giorni sui membri del collegio giudicante corrispondono a (orribili) collusioni o (drammatiche) benevolenze?

Segui questo processo da settembre. Ininterrottamente, ogni udienza, venerdì dopo venerdì. Dopo nove mesi quasi riesco a non perdermi nemmeno più tra le strade di Palermo che, oramai, potrei considerare la mia seconda città.

Parlando con un caro amico, che conosce bene Palermo e le sue cose, sono stato avvertito che ci sarebbe stato un “segnale istituzionale importante”. Non ho capito a cosa si riferisse.

Giovedi 24 i Giudici Claudio Dall’Acqua, Sergio La Commare e Salvatore Barresi hanno chiuso alle loro spalle la porta che dall’auka bunker del carcere Pagliarelli conduce alle stanze impiegate per la camera di consiglio. Dalle tredicidi quel giorno hanno sospeso ogni contatto col mondo esterno per decidere.

Per scartabellare i 140 faldoni che compongono il fascicolo di questo dibattimento durato quattro anni.

In questa settimana, a Palermo, si sono recati il Presidente del Senato, Renato Schifani, e il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Entrambi siciliani, entrambi compagni di partito dell’imputato eccellente.

Nessuno, nelle interviste a margine degli incontri avuti dai due (il conferimento della cittadinanza onoraria di Palermo per il capo della Polizia, Manganelli, per Schifani; la cerimonia per il 236′ anniversario della Guardia di Finanza, per Alfano) nessuno gli ha chiesto nulla sul processo in corso.

I sospetti alimentati in questi giorni, il “rischio” di un’assoluzione, sono stati fatti risalire addirittura al momento dell’assegnazione del processo decisa dalla Procura Generale per Nino Gatto, oggi procuratore aggiunto, che ha condotto tutto l’appello da solo. E senza l’aplomb di Ingroia o Di Matteo.
In un memorabile articolo, Attilio Bolzoni, intervista “i muri di Palermo” (sic!) dai quali apprende il verdetto: “assoluzione”!

Aridaje!

Uccellacci del malaugurio, questi cronisti blasonati, che non sono mai contenti.

In fondo le sentenze dovrebbero essere sempre delle sentenze. Tutte commendabili, discutibili. Tutte da accettare o appellare, finché si può.

E vista la condanna di primo grado (9 anni) e la richiesta della Procura Generale (11 anni), in questo clima di “annusata” assoluzione, faccio il mio pronostico che, di questo clima, risente parecchio: riduzione della condanna a 6 anni. La SNAI potrebbe anche decidere di quotarlo ‘sto processo.

Piccolo inciso. Oggi, per una altro senatore, Totò Cuffaro, sempre a Palermo, per lo stesso reato di concorso esterno in associazione mafiosa, il pm Di Matteo ha chiesto una condanna a 10 anni di reclusione.

Ma torniamo a Dell’Utri.

Come si fa a far passare per poca roba gli incontri coni fratelli Gravaiano, la frequentazione di Vittorio Mangano ed il fatto che un criminale incallito come lui potesse accompagnare a scuola i figli di quel Silvio Berlusconi che oggi fa il premier; il pizzo pagato per le antenne dalla Fininvest nelle mani di Cosa Nostra; la mediazione per far cessare le richieste estorsive ai danni della Standa di Catania; compleanni e matrimoni di mafiosi, con invitati latitanti? Come si fa?
Pare impossibile, ma possibile.

Comunque andrà questo processo rimane un dato storico e fattuale che supera l’accertamento giudiziario reso difficile da norme ancora oggi non perfettamente costruite e che tante difficoltà procurano a chi è chiamato ad applicarle.

L’oscura genesi delle fortune finanziarie di Silvio Berlusconi e del principale partito di Governo sono un dato il cui ribaltamento è, se non in mala fede, da sciocchi.

Certo che, in un paese narcotizzato dalle tv lottizzate e dai giornali di partito, una responsabilità penale riconosciuta in capo al protagonista dell’operazione di incastro di interessi politico-mafiosi potrebbe cambiare le sorti della storia di tutti noi.

Il lavoro più importante da compiere, questa volta sul serio, rimane la ricerca della verità sulle stragi.

Quelle in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E quelle, meno viste in TV, di Firenze, Roma e Milano.

La verifica più minuziosa possibile sul ruolo che Dell’Utri, Berlusconi, i servizi deviati e uomini di governo dell’epoca hanno avuto nel pilotarle e trarne vantaggi di natura politica.

L’accusa di questo processo è convinta di avere dinostrato che, uno dei primi provvedimenti legislativi approvati dal Governo Berlusconi I, nel 1994, fosse il c.d. “Decreto salva-ladri”.
“Nessuno si era accorto – ha detto Nino Gatto – che era anche. salva-mafiosi”.

La corte non potrà non tenerne conto.

Speriamo che abbia ragione.

Piccola cronaca dalla città di Palermo. Sull’attesa di una sentenza “storica”. Quella del processo alla “seconda Repubblica”.

antonino monteleone

Aggiornamento

Mafia, Dell’Utri: Cosa mi aspetto da sentenza? Quello che viene… Roma, 28 GIU (Il Velino) -Che cosa vuole che mi aspetti? Mi aspetto quello che viene…“. Marcello Dell’Utri risponde cosi’ dal Lago di Como al quotidiano online Affaritaliani.it che gli ha chiesto quale fossero le sue aspettative per la sentenza della Corte d’Appello di Palermo. 28-giu-2010 15:09

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Collusioni e ipocrisie

Posted by Antonino Monteleone On giugno - 26 - 2010

Devo ammettere che il tono garbato della telefonata ricevuta dal consigliere comunale Paolo Gatto mi ha piacevolmente sorpreso. Si è detto sopreso. “Potevo evitare” di pubblicare una foto.

Ho ritenuto, forse a causa delle mie scarse doti di cronista, che la foto che lo ritraeva al Lido Calajunco assieme a quel Salvatore Mazzitelli, finito in manette nell’ambito dell’operazione “Meta”, andasse pubblicata. Non perché fosse indicativa di chissà quale crimine, ma perché fosse la dimostrazione di quanto, in una piccola città, tutto (e per tutto intendo i vari aspetti della vita di una comunità) sia attiguo, non contiguo, a tutto.

Paolo Gatto mi ha rivelato, nella buona fede che ritengo ancora gli sia dovuta, che tra lui è Mazzitelli l’amicizia fosse datata e che nonostante questo può dirsi orgogliosamente fuori dal quadro, che io definisco raccapricciante, che proprio nella parte che riguarda la penetrazione delle cosche della’ndrangheta nei rapporti economici, nel tessuto sociale che conta e, quindi, nella politica.

Di tutt’altro tono, invece, la missiva privata ricevuta dalla figlia di una persona che, non indagata, dalle carte viene indicata come vicina a quel Cosimo Alvaro, latitante come un ratto in fuga, che da Sinopoli era riuscito a imporre la propria presenza nel tessuto economico-criminale di Reggio Calabria.
Come fonte di notizie fai proprio cacare!!!

Me la tengo, potrebbe anche avere ragione.

Purtroppo il fatto che i giornali si limitino, spesso, ad attendere gli esiti giudiziari, le operazioni, per dedicare qualche pagina a cose che non vede solo chi non vuole vederle, crea molto fastidio.
Come le relazioni tra i soggetti. Ce ne sono alcune che, si suole dire, lasciano il tempo che trovano ed altre che invece sono molto significative.

Il neo-governatore Scopelliti, che nel 2006 era già un acclamatissimo Sindaco, sapeva chi fosse il Barbieri, finito in manette per i suoi rapporti con i padrini che a Reggio fanno il bello e cattivo tempo, che festeggiava le proprie nozze. Doveva saperlo bene visto che la moglie venne assunta in Re.Ges (la società mista, una delle tante, che si occupadella riscossione dei tributi e costituita da Comune e Maggioli Tributi Spa). Della cosa fu avvisato personalmente da Barbieri.

E sollecitato da Manlio Flesca.

Un consigliere comunale della frazione di Catona i cui rapporti con Barbieri e l’interessamento per l’assunzione della signora Vincenza Musarella sono provati dalle intercettazioni telefoniche eseguite dal Ros dei Carabinieri.
Di Catona è un altro consigliere comunale pidiellino. Michele Marcianò. Che al boss Cosimo Alvaro, nel 2006, metteva “a disposizione ufficio e segretarie” per agevolare il tesseramento di ragazzi per i “circoli della libertà”.

Perdonabili sono le disattenzioni di chiunque in qualche maniera viene a contatto con personaggi oscuri. Da un semplice criminale ad un vero ‘ndranghetista.
Altra cosa, più grave, é cercare ed alimentare questo tipo di rapporti.

Scrivo e devo levarmi il peso di un cattivo pensiero che nessuno, almeno de visu, ha avuto il coraggio di formulare, ma che – come è giusto che sia – in molti mormorano.

Il brusio, come una vuvuzela, distrae e fa perdere la concentrazione.

I più attenti lettori di questo blog ricorderanno di un battibecco acceso con quel Michele Marcianò, non indagato, ma la cui immagine pubblica, dalle carte dell’inchiesta appare fortemente compromessa.

Bene.

Da quel battibecco scaturì una querela che, senza troppi giri di parole, avrei certamente perduto. Nell’articolo non c’era nullo di apprezzabile dal punto di vista giornalistico, dell’interesse pubblico. Solo uno scazzo, per giunta infantile.

Su consiglio del mio avvocato eliminai il post. La querela fu rimessa.
Nello stesso periodo, però, ho conosciuto da vicino quel ragazzo burbero, ma non cattivo. Scalmanato, ma sincero.
Oppure l’impressione mi ha ingannato.

Oggi, comunque, non ho alcuna difficoltà a ricordare qualche cena, quattro passi in centro, il caffè al bar. Di cosa si parlava? Di tutto. Dalla politica a cose più amene.
Ma nulla avevo da chiedere io, a politici in generale, a lui nello specifico; niente aveva da chiedere lui a me.

Ho scoperto in questi giorni di quei rapporti che non posso che condannare. Una colpa imperdonabile per un politico. Una cirocostanza che mi ha deluso profondamente. Nella stessa misura di quanto mi sia dispiaciuto confortare la stessa persona per la prematura scomparsa del padre e, l’indomani, ritrovarmelo dove non me l’aspettavo.

Ci sono poi mail che fanno più piacere.

Mi ha scritto Dario.

Il suo pensiero dà senso e forza al mio lavoro. In qualche modo risponda alla domana che mi ero posto retoricamente nel post precedente, circa l’utilità di esporsi in una città come Reggio.

Caro Antonino,
quello che hai scritto oggi è davvero un gran bel pezzo, che sbatte al muro gli ignavi, e illustra bene ai soloni dell’antimafia con tante parole e pochissimi fatti, quale sia il grado di infiltrazione delle cosche nel tessuto cittadino.
Ci vivo da 28 anni e fino a ieri non ero, purtroppo, mai riuscito a tracciare una netta linea tra ciò che è ndrangheta e ciò che non lo è. Grazie a Pignatone, Cortese ed ai loro uomini, finalmente, i contorni appaiono più nitidi, e la speranza ha ragion d’essere.

Vale anche per me, caro Dario.

antonino monteleone

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Meta-morfosi della ‘ndrangheta

Posted by Antonino Monteleone On giugno - 24 - 2010

L’operazione “Meta” portata a segno dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e dagli uomini del ROS dei Carabinieri è forse una delle più complesse ed articolate degli ultimi anni. Il segnale che, dopo la cattura dei latitanti, si è continuato a lavorare – in silenzio – per diradare, almeno un po’, la nebbia attorno alla quale – catturati i padrini, vecchi e nuovi – l’economia legale viene inquinata dai capitali mafiosi.

Patti senza pudore tra boss e imprenditori pronti a tutto pur di accumulare ricchezza.

Ma anche accordi strategici tra cosche di ‘ndrangheta un tempo divise da una guerra che la Città ha ormai dimenticato, che si uniscono in una nuova alleanza in nome del denaro e del controllo dei territori e delle coscienze.

Quale carisma dovrebbe esercitare, nell’uomo qualunque, quello che ha “diritto a non essere eroe”, l’immagine della ‘ndrangheta che viene fuori da un quadro ormai sotto gli occhi di tutti a cui oggi il buon lavoro del Procuratore Giuseppe Pignatone e dei suoi sostituti in prima linea hanno dato una “forma” giudiziaria?

Quale fascino potrà mai generare nei suoi picciotti, nella sua manovalanza un boss in affari con la famiglia che ha procurato la morte del proprio padre? I rancori, gli sputi, il sangue provocati dal difendere per anni un recinto sempre più stretto spariscono e come d’incanto tutto è passato.

Giuseppe De Stefano sapeva, e sa, che al cartello guidato da Pasquale Condello è legata la morte del padre e degli zii.

Ma non importa. I soldi vengono prima di tutto. E così ci si mette l’anima in pace. I tempi sono cambiati.

Merda. E soldi. Perché  senza quelli non si pagano gli avvocati, non si mantiene la famiglia ormai senza uomini. Non si pagano i picciotti. Si muore. Mentre gli altri avanzano.

L’indagine che ha portato all’arresto, stanotte, di 42 persone, ne coinvolge 73. Tra queste spiccano alcune figure imprenditoriali finora molto chiacchierate sulle quali finalmente si può raccontare qualcosa di concreto.

C’è una domanda che non riesco a trattenere. Raccontare questa storia, fare nomi e cognomi, spiegare a chi vive questa città e spesso è costretto, per ignoranza o connivenza, a sostenere la sua economia marcia avrà capito qualcosa in più degli affari sporchi che si consumano quotidianamente?

Ed una volta che ha saputo ed ha capito, cambierà qualcosa nei propri consumi o nelle proprie frequentazioni?

E’ un dubbio, questo, che è difficile fare convivere col desiderio che i più giovani di questa città cambino davvero le proprie sorti.

Ho scorso la lista degli arrestati.

Domenico Francesco Condello ha appena 20 anni. E’ nato nel 1989. La foto che lo immortala mentre viene fatto salire sulla macchina che dalla Caserma dei Carabinieri lo condurrà per la prima volta in carcere è l’emblema di come certi destini siano già scritti.

Suo padre, Pasquale Condello, il supremo, desiderava questo per la sua progenie? Voleva questo anche sua madre Maria Morabito?

Il figlio del boss sarà processato, forse condannato, ma tornerà in circolazione come altri – anche coinvolti in questa operazione – lo furono prima di lui.

E seguirà le orme del padre o si caccerà fuori dai guai? Prenderà in mano il comando della famiglia e del forziere in mano al “cassiere” Alfredo Ionetti che da tempo vive a Cesena?

Per ogni giovane che sceglie la strada dell’infamia mafiosa ce ne vorrebbe un altro arruolato nei ranghi delle forze dell’ordine o, col bagaglio di sacrifici che comporta, nelle file della magistratura.

Ora che non ci sono più né riti, né padrini l’espansione delle attività criminali e del potere che ne deriva assume un rilievo ed un’importanza cruciali.

Che gli Alavaro di Sinipoli stessero mettendo le mani sulla città era una di quelle vox populi che non potevi sostenere con un argomento più concreto della testimonianza oculare della presenza del boss, Cosimo Alvaro, in alcuni frequentatissimi locali della Città.

Oggi sappiamo che una rete di imprenditori ruotava e ruota tuttora attorno al capo di una famiglia che, dalla provincia, ha accumulato denaro ed interloquisce ai massimi livelli del gotha della mafia reggina. Sono gli Alvaro che riciclano il loro denaro nelle attività “pulite”. In tutta Italia. Su tracce che, dopo tanta strada, portano nei paradisi fiscali off shore. San Marino, tanto per citare il più vicino geograficamente.

Per questo imprenditori che avevano bisogno di soldi si rivolgevano a lui.

E’ il caso di Francesco “Ciccio” Gira. Oggi è tutto preso dall’apertura di un piccolo albergo in una delle traverse della Via Marina alta di Reggio Calabria. Già titolare della gestione del ristorante del Circolo Velico di Reggio Calabria in un periodo in cui lo stesso subì – per due volte – l’incendio delle strutture principali. A Francesco Gira si riconduce anche uno dei tanti stabilimenti balneari (i “lidi”) che animano le notti dell’estate da questo lato dello Stretto. “A ‘Rribba”.

Di un altro lido, invece, si occupa la DDA. Si tratta del più esteso e di quello col fatturato maggiore. Il più opulento ed il più arrogante.

Da quando apre il “Lido Calajunco”, non pago degli oltre 2mila metri quadrati di superficie concessa ad un canone ridicolo, erige una barriera che – allo scopo di occultare le attività che si svolgono all’interno, copre la vista del mare ai passanti del Lungomare. Per non parlare della trasformazione in sala da ballo abusiva ogni sera.

Il titolare di questa struttura alla quale era collegato anche un ristorante, “Le Palme”, è Salvatore Mazzitelli, al quale piace il nomignolo di “barone” che qualcuno gli ha affibbiato per i suoi modi di comica aristocrazia. In realtà, con la madre ottantenne, è un prestanome di Cosimo Alvaro. Uno dei tanti.

In questa foto è in compagnia di Paolo Gatto. Un consigliere comunale del PdL, con aspirazioni da Sindaco, col quale sembra essere in buoni rapporti. E che certamente, in buona fede, sono da considerarsi ignoti, a Gatto, i legami con la ‘ndrangheta. O almeno si spera.

A quanto pare un filone, connesso all’operazione di oggi, riguarda proprio la politica. Un filone sul quale magistrati e militari del ROS sono ancora al lavoro e che potrebbe portare nei prossimi mesi a nuovi e sorprendenti colpi di scena.

Un vero pallino per Cosimo Alvaro, la politica.

C’è un capitolo, tra le carte dell’operazione Meta, che riguarda proprio i legami tra questi ed alcuni esponenti politici.

In particolare gli incontri avvenuti nel 2006 tra Cosimo Alvaro e Michele Marcianò, vicecapogruppo del PdL al Consiglio Comunale di Reggio Calabria e attualmente, è bene precisare, nemmeno indagato.

“Un rapporto – quello tra Marcianò e Alvaro, scrivono i magistrati – mai interrotto”. In considerazione che nel 1998 proprio in base a sospetti collegamenti tra i due Marcianò era stato raggiunto da un avviso di garanzia nell’operazione “Prima”. I magistrati ipotizzarono un sostegno elettorale pilotato in favore di questi alle elezioni comunali del 1997. Marcianò fu prosciolto.

Nel 2006, invece, si attivava con Cosimo Alvaro per il reclutamento di iscritti a “Forza Italia”.

Carmine Alvaro è invece un Consigliere Provinciale di Reggio Calabria che aveva chiesto a Cosimo Alvaro di sostenere, alle comunali del 2007, un candidato – non eletto – in corsa nelle liste del centro-sinistra a sostegno del candidato Sindaco Eduardo Lamberti-Castronuovo.

Ma a dimostrazione che la politica, per la ‘ndrangheta non ha colore, c’è la presenza – a casa di Alvaro – di Giuseppe Panuccio che nel 2007 era candidato nella lista “DC per l’autonomia” che invece sosteneva Giuseppe Scopelliti. Che vinse le elezioni e che oggi è Presidente della Giunta Regionale Calabrese.

Mentre un amico di Cosimo Alvaro, Carmelo Barbieri, ebbe un diverbio con questi perché voleva impegnarsi a sostenere Giuseppe Martorano. Eletto e fratello di Santo Alfonso Martorano. Nelle conversazioni fanno riferimento al “consorzio di bonifica” dove i fratelli Martorano eserciano una cerca influenza. Ma nessuna prova vi è di accordi elettorali tra Giuseppe Martorano e soggetti comunque riconducibili alla cosca Alvaro.

Scrivono i magistrati, per far comprendere la trasversalità delle conversazioni e delle mire politiche, che

nel ribattere l’affermazione di uno  dei presenti, secondo cui la coalizione  capeggiata da LAMBERTI CASTRONUOVO avrebbe ottenuto un elevato numero di voti, l’ALVARO  riferiva  testualmente: “…ma quando mai!…forza zio Peppino…tra quindici giorni vedremo”. La persona a nome “zio Peppino”, potrebbe  identificarsi in SCOPELLITI Giuseppe,  attuale Sindaco di Reggio Calabria.

E torniamo agli imprenditori.

Antonino “Nino” Crisalli, si era candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale di Reggio Calabria nel 2001. Raccolse 118 preferenze nella lista Democrazia Europea che sosteneva Antonio Franco, candidato del centro-destra, contro Italo Falcomatà. Ci aveva provato ancora prima nel 1997. Le Hyundai vendute a Reggio Calabria, fino a qualche anno fa, provenivano dalla sua concessionaria “Crisauto”.

Proprietario della discoteca “Limoneto” all’interno dell’omonimo complesso residenziale abitato dalla parte “buona” della città. Quella borghesia che talvolta con la mafia non ha a che fare direttamente, ma che ogni volta che può gira la testa dall’altra parte che – tanto – non si sa mai cosa può capitare.

E’ lui che si rivolge a Cosimo Alvaro per avere le garanzie economiche per assicurargli l’aggiudicazione dell’asta fallimentare che aveva ad oggetto beni immobili che prima appartenvano a lui ed al cognato Siracusa.

Dalle intercettazioni il timore che Gioacchino Campolo, il Re dei videopoker, (arrestato un anno fa e tuttora detenuto con accuse che vanno dall’appropriazione indebita tramite l’alterazione dei “videopoker” distribuiti in tutta la Calabria fino all’usura), partecipasse alla stessa asta e, forte del suo immenso patrimonio e della sua impressionante disponibilità finanziaria, prendesse tutto.

Cosimo Alvaro lo rassicura “vado a parlare io con quel cornuto”. Ma il contrasto, ancorché potenziale, è il segnale che gli assetti se pur rinnovati, non sono completi.

Se Cosimo Alvaro, Domenico Libri, Pasquale Condello e Giuseppe De Stefano dirigono una “cabina di regia” della ‘ndrangheta nella città più popolosa della Calabria un momento di tensione di questo segno si sarebbe dovuto evitare.

Giuseppe De Stefano, con Gioacchino Campolo, ha un rapporto privilegiato.

La cognata del boss, Simona Fiorenza, sorella di Samantha, che di De Stefano, arrestato nel dicembre del 2008 con tanto di baci e saluti commossi, è la moglie, esercita la propria attività commerciale sul Corso Garibaldi all’interno di un locale di proprietà di Gioacchino Campolo per il quale, stando alle carte di altra inchiesta, nessun canone di locazione era dovuto. “Stilelibero” (questo il nome del negozio, sic!) a differenza dei commercianti onesti o, peggio ancora, di quelli che, oltre al pizzo, pagano affitti alle stelle aveva – ed ha – un pensiero in meno nel bilancio mensile.

Basta passeggiare per le vie commerciali del centro città, a Reggio, per capire come la ‘ndrangheta non si legge solo sui giornali.
La sorseggi assieme all’espresso preso al bar con un amico. La assapori nel retrogusto di un primo piatto in un ristorante con vista mare. La indossi.

Nella città dove l’arteria più importante, il “Corso Garibaldi”, la strada dello shopping, si distingue dal resto d’Italia per la più bassa incidenza di “saracinesche” a presidio delle vetrine, i negozi di lusso – a dispetto della crisi – non conoscono cali nelle vendite.

“After Fashion” è il negozio che frequenti se cerchi alcune delle marche più blasonate. Abbigliamento esclusivo, capi firmati.  La discrepanza tra gli acquisti effettuati con moneta elettronica e quelli in contanti è sbilanciata a favore di quest’ultima formula. I picciotti più emergenti ne hanno in quantità. Come i professionisti al servizio dei clan. Un’economia sommersa che sfugge all’erario, ma che vale una fortuna.

“After Fashion” è di proprietà di Ugo Marino e sua moglie, Adriana Coppola. Quando decide di ristrutturare il proprio locale chiama Emilio Frascati che ha una ditta, la ECADEP srl. I lavori di ristrutturazione, però, non si possono fare senza chiedere il permesso a qualcuno.

Ugo Marino, però, poteva contare su qualche tutela in più. O almeno così credeva.

Perché la figlia di Ugo Marino è fidanzata di Demetrio Condello. Demetrio è cugino del “Supremo”, Pasquale Condello, catturato dopo 17 anni di latitanza nel febbraio del 2008. Vertice della cupola reggina creatasi al termine della guerra di mafia.

Ma a Reggio Calabria, anche grazie ai nuovi assetti delle cosche, per evitare “incomprensioni” è bene che il pizzo lo paghino tutti. Quindi Frascati, nonostante stia eseguento lavori per un parente acquisito di Pasquale Condello, deve pagare.

Il 5% o il 3% non fa differenza purché si paghi. Tutti.

Fiumi di soldi che poi vengono investiti. In auto di lusso, terreni, appartamenti e quote societarie.

Come quelle della casa di riposo per anziani “Villa Speranza”. Rilevate da Cosimo Alvaro tramite un suo uomo di fiducia, Rocco Palermo.

Una rete che si estende in tutta Italia e che fa registrare – ancora una volta – un particolare inquietante. Così come nell’operazione “Reale” i magistrati si sono trovati di fronte ad un funzionario delle forze dell’ordine “infedele”.

Cosimo Alvaro sapeva di essere un bersaglio delle attenzioni degli inquirenti e si era dotato di un rilevatore di microspie. Era riuscito anche ad individuarle.

Mentre in Questura a Reggio un poliziotto, Domenico Ardizzone, classe ’55 riferiva a Rocco Palermo che “alla Questura avevo già guardato per vedere se lui (ALVARO) era segnalato e onestamente alla Questura non c’è niente, sanno tutto che è ALVARO, però non e che c’è un’indicazione specifica contro questa persona (ALVARO), per quello che è il nostro…operato…, poi se ci sono degli organi supremi e non vengono a dirlo a me, non te lo so dire…>“.

A testimonianza del fatto che la partita che si gioca a queste latitudini è sempre più complicata.

Ma la squadra che ha segnato il colpo, importantissimo, di oggi è in forte rimonta.

E siamo lontani dalla fine.

antonino monteleone  / 1 – continua

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Antonino Monteleone (nome d’arte di Antonino Salvatore Monteleone) è un pensionato settantenne condannato nel 1963 ad essere precipitato nel corpo di un giovane di belle speranze

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