Al quinto giorno di camera di consiglio l’attesa per la sentenza d’Appello a carico di Marcello Dell’Utri comincia a diventare estenuante. Un po’ per tutti. Giornalisti, avvocati, semplici cittadini (ivi compresa una certa dose di fanatici o ossessi da condanna che – sorprenderò qualcuno con queste parole – sopporto con sempre maggiore fatica).
E poi immagino l’attesa dell’imputato eccellente. Marcello Dell’Utri.
Si trova già a Palermo o aspetta la sua sentenza nella sua residenza milanese?
E come si sentirà? Teme davvero il carcere che, in caso di conferma della condanna in appello e, poi, in Cassazione, dovrà certamente scontare? Oppure è tranquillo perché le ombre gettate in questi giorni sui membri del collegio giudicante corrispondono a (orribili) collusioni o (drammatiche) benevolenze?
Segui questo processo da settembre. Ininterrottamente, ogni udienza, venerdì dopo venerdì. Dopo nove mesi quasi riesco a non perdermi nemmeno più tra le strade di Palermo che, oramai, potrei considerare la mia seconda città.
Parlando con un caro amico, che conosce bene Palermo e le sue cose, sono stato avvertito che ci sarebbe stato un “segnale istituzionale importante”. Non ho capito a cosa si riferisse.
Giovedi 24 i Giudici Claudio Dall’Acqua, Sergio La Commare e Salvatore Barresi hanno chiuso alle loro spalle la porta che dall’auka bunker del carcere Pagliarelli conduce alle stanze impiegate per la camera di consiglio. Dalle tredicidi quel giorno hanno sospeso ogni contatto col mondo esterno per decidere.
Per scartabellare i 140 faldoni che compongono il fascicolo di questo dibattimento durato quattro anni.
In questa settimana, a Palermo, si sono recati il Presidente del Senato, Renato Schifani, e il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Entrambi siciliani, entrambi compagni di partito dell’imputato eccellente.
Nessuno, nelle interviste a margine degli incontri avuti dai due (il conferimento della cittadinanza onoraria di Palermo per il capo della Polizia, Manganelli, per Schifani; la cerimonia per il 236′ anniversario della Guardia di Finanza, per Alfano) nessuno gli ha chiesto nulla sul processo in corso.
I sospetti alimentati in questi giorni, il “rischio” di un’assoluzione, sono stati fatti risalire addirittura al momento dell’assegnazione del processo decisa dalla Procura Generale per Nino Gatto, oggi procuratore aggiunto, che ha condotto tutto l’appello da solo. E senza l’aplomb di Ingroia o Di Matteo.
In un memorabile articolo, Attilio Bolzoni, intervista “i muri di Palermo” (sic!) dai quali apprende il verdetto: “assoluzione”!
Aridaje!
Uccellacci del malaugurio, questi cronisti blasonati, che non sono mai contenti.
In fondo le sentenze dovrebbero essere sempre delle sentenze. Tutte commendabili, discutibili. Tutte da accettare o appellare, finché si può.
E vista la condanna di primo grado (9 anni) e la richiesta della Procura Generale (11 anni), in questo clima di “annusata” assoluzione, faccio il mio pronostico che, di questo clima, risente parecchio: riduzione della condanna a 6 anni. La SNAI potrebbe anche decidere di quotarlo ‘sto processo.
Piccolo inciso. Oggi, per una altro senatore, Totò Cuffaro, sempre a Palermo, per lo stesso reato di concorso esterno in associazione mafiosa, il pm Di Matteo ha chiesto una condanna a 10 anni di reclusione.
Ma torniamo a Dell’Utri.
Come si fa a far passare per poca roba gli incontri coni fratelli Gravaiano, la frequentazione di Vittorio Mangano ed il fatto che un criminale incallito come lui potesse accompagnare a scuola i figli di quel Silvio Berlusconi che oggi fa il premier; il pizzo pagato per le antenne dalla Fininvest nelle mani di Cosa Nostra; la mediazione per far cessare le richieste estorsive ai danni della Standa di Catania; compleanni e matrimoni di mafiosi, con invitati latitanti? Come si fa?
Pare impossibile, ma possibile.
Comunque andrà questo processo rimane un dato storico e fattuale che supera l’accertamento giudiziario reso difficile da norme ancora oggi non perfettamente costruite e che tante difficoltà procurano a chi è chiamato ad applicarle.
L’oscura genesi delle fortune finanziarie di Silvio Berlusconi e del principale partito di Governo sono un dato il cui ribaltamento è, se non in mala fede, da sciocchi.
Certo che, in un paese narcotizzato dalle tv lottizzate e dai giornali di partito, una responsabilità penale riconosciuta in capo al protagonista dell’operazione di incastro di interessi politico-mafiosi potrebbe cambiare le sorti della storia di tutti noi.
Il lavoro più importante da compiere, questa volta sul serio, rimane la ricerca della verità sulle stragi.
Quelle in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E quelle, meno viste in TV, di Firenze, Roma e Milano.
La verifica più minuziosa possibile sul ruolo che Dell’Utri, Berlusconi, i servizi deviati e uomini di governo dell’epoca hanno avuto nel pilotarle e trarne vantaggi di natura politica.
L’accusa di questo processo è convinta di avere dinostrato che, uno dei primi provvedimenti legislativi approvati dal Governo Berlusconi I, nel 1994, fosse il c.d. “Decreto salva-ladri”.
“Nessuno si era accorto – ha detto Nino Gatto – che era anche. salva-mafiosi”.
La corte non potrà non tenerne conto.
Speriamo che abbia ragione.
Piccola cronaca dalla città di Palermo. Sull’attesa di una sentenza “storica”. Quella del processo alla “seconda Repubblica”.
antonino monteleone
Aggiornamento
Mafia, Dell’Utri: Cosa mi aspetto da sentenza? Quello che viene… Roma, 28 GIU (Il Velino) - “Che cosa vuole che mi aspetti? Mi aspetto quello che viene…“. Marcello Dell’Utri risponde cosi’ dal Lago di Como al quotidiano online Affaritaliani.it che gli ha chiesto quale fossero le sue aspettative per la sentenza della Corte d’Appello di Palermo. 28-giu-2010 15:09
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Pronostico quasi azzeccato