Archive for the ‘antimafia’ Category

Ma la macchina?!

Posted by Antonino Monteleone On agosto - 27 - 2010

Il 5 settembre, una data che associo ad una piacevole ricorrenza, quest’anno segnerà il passaggio  di 7 mesi esatti da quando una tal vettura, di un tal giornalista di periferia, veniva inopinatamente data alle fiamme. Quel giornalista ha continuato a fare il suo mestiere come prima e forse anche di più. La macchina non c’è più ma lui è ancora qui e ripensandoci sorride amaramente.

Dopo la premessa provo a mettere da parte la terza persona (sindrome della dissociazione dai fatti spiacevoli) per spiegare l’amaro sorriso che mi coglie ogni volta che ripenso a quanta rabbia provai nello stomaco vedendo (come un cretino dal balcone di casa) il fuoco che si mangiava una modesta automobile acquistata, non senza sacrificio, dall’unico familiare (di una parentela piuttosto ristretta) con il quale condivido un pezzo della mia vita e che, quasi esclusivamente, ho utilizzato per oltre due anni.

Ricordo benissimo la data in cui la ritirai dal concessionario. Era il 6 settembre. Ricordo cosa feci e con chi trascorsi la giornata. E la notte. Ed anche come andarono i giorni successivi.

Mi prendevano in giro per la collezione di vetrofanie dell’ordine dei giornalisti sul parabrezza a partire dal 2006 (avevo appiccicato anche quella dell’anno prima) fino al 2009. Quella del 2010 non era ancora disponibile e non feci in tempo ad applicarla.

Una piccola ammaccatura. Qualche graffio sulla fiancata di lievissima entità. Ma ero riuscito a mantenrla in ottimo stato. Ma ho sottovalutato i “fattori esterni”. Eppure tutti i miei conoscenti, il triste evento, lo profetizzarono spesso.

Per un paio di settimane si è parlato molto del mio caso. Non ero il primo giornalista a subire un’intimidazione di chiara marca mafiosa e, purtroppo, non sono stato l’ultimo.

Una domanda ricorreva spesso: “Hai paura, ti senti solo?”. Risposi sempre che non potevo averne nel momento della deflagrazione mediatica del fatto. Ma sapevo che presto sarebbe calato il silenzio. Oggi nessuno ne parla più. La solidarietà passa e rimangono i “messaggi”.

Ma nel mio caso è successo qualcosa di speciale ed è per questo che scrivo.

In silenzio, senza dirmi nulla nei giorni immediatamente successivi alla “scomparsa” della mia Fiat Idea (passata dal “grigio antracite” al “grigio fumo”) due dei più cari amici si erano attivati per una raccolta fondi che vedesse la rete protagonista di un momento di solidarietà che si esaurisse oltre le solite parole di circostanza.

Il gruppo di solidarietà e a fan page su Facebook, hanno raccolto migliaia di adesioni.

Ed in tanti, attraverso i mezzi più disparati, hanno offerto il loro contributo volontario per aiutarmi nel riacquisto della mia automobile.

Ad Anna Foti e Domenico Malara, che hanno attivato un conto corrente ed un account Paypal, si sono poi aggiunti Mario Congiusta (papà di Gianluca Congiusta, assassinato dalla ‘ndrangheta di Siderno) e Luigi Palamara (direttore di melitoonline.it) che hanno rilanciato le coordinate bancarie da tempo presenti sul blog per ricevere donazioni a sostegno della mia attività giornalistica. Così come strill.it, il giornale che con tanto coraggio ospita talvolta qualche mio scritto, ha speso il massimo del suo “fuoco mediatico” per denunciare il livello di strapotere mafioso imperante a Reggio Calabria e fare sponda all’iniziativa.

Confesso di essere stato fortemente contrario all’iniziativa. Da un lato perché non ne faccio una questione di “danno economico”, ma, semmai, di aggressione psicologica a danno di un cittadino, prima, e di un giornalista poi. Secondariamente perché tengo molto alla mia riservatezza. Sono schivo e diffidente per natura e l’idea di “ricevere” qualcosa mi creava (mi crea tuttora) l’imbarazzo di sentire diverse centinaia di persone che (alcune con garbo, altre spasmodicamente) vogliono sapere cosa fai; cosa pensi; come ti muovi; di cosa ti occupi.

La legittima aspettativa di sapere se la raccolta funzionava, come andava, e, per ultima, la domanda clou: “Ma la macchina?!”.

In una Città come Reggio Calabria si innesca quel diabolico meccanismo che la domanda te la rivolga sia chi si è impegnato, chi ha contribuito direttamente (e che, pur non conoscendoti, si sapetta che tu sappia tutto di lui e lo ringrazi; oppure chi immagina di avere conquistato un grado di confidenza che io non potrei mai accordargli) e chi, magari stra-fottendosene, per il solo gusto di metterti in imbarazzo ti chiede al bar, in mezzo a decine di persone, a voce alta: “Allora? Con tutti i soldi che hai raccolto te la sei comprata la macchina?”.

Un modo para-mafioso per farti sentire in colpa della solidarietà ricevuta. Fartela pesare. Durante questi mesi, anche quando non ero direttamente a conoscenza dei “numeri” in evoluzione.

Questa è un’altra delle ragioni per cui ero contrario all’operazione.

A cui ci aggiungo un dato che mi aspettavo e non mi ha sconvolto, ma che oggettivamente rattrista.

Del migliaio di persone che ha versato le cifre più diverse (da 50 cent a 300 euro) ad occhio e croce solo una percentuale che non supera il 30% è calabrese (emigrante o residente). Il restante 70% di denaro raccolto appartiene al resto d’Italia e, in alcuni casi, all’estero.

La premessa è stata piuttosto lunga, dunque veniamo al dunque.

Ringrazio sinceramente e con un semplice “Grazie” tutti! Tutti gli iscritti al gruppo. Tutti i “fan” iscritti alla mia pagina. Tutti colooro i quali mi hanno chiesto l’amicizia. Scritto, telefonato e fatto sentire il loro calore.

Grazie a tutti quelli, molti rinunciando a qualcosa, hanno offerto il loro contributo.

Non lo meritavo. Perché l’incendio dell’autovettura è la forma più inflazionata di minaccia mafiosa (e penso a tutti coloro i quali non hanno avuto la fortuna di avere, come me, un piccolo seguito “mediatico” che ha reso possibile l’operazione. E perché per altri cronisti non esiste un modo così “materiale” di riparare il “danno.

Però il messaggio che una fetta importante di cittadini hanno rivolto alla ‘ndrangheta è stato bello. Forte e chiaro. Voi avete fatto un danno. Noi lo ripariamo perché siamo di più. Il messaggio più anti-mafioso che si potesse rivolgere alle cosche.

Non voglio sembrare retorico. Ma è quello che penso. Adesso veniamo ai numeri ed a come e quando sarà impiegata la somma.

La raccolta ha raggiunto la somma di circa 7mila euro suddivisi tra i versamenti direttamente effettuati sul Conto Corrente intestato ad Anna Foti (ho ricevuto dalle sue mani un assegno circolare di 5.700 euro circa); il conto Paypal acceso da Domenico Malara (che raccolto circa 1.400 euro trasferiti sul mio conto corrente, ) ed altre somme direttamente arrivate sulla mia postepay.

Fanno 7.200 euro.

Che sommati alla somma liquidata dall’assicurazione (la metà del prezzo pagato per l’acquisto) fanno una somma sufficiente a ricomprare una buona utilitaria.

Ma non ne acquisterò una nel breve termine.

In questi giorni sto completando un mio trasferimento più stabile (durante l’anno appena trascorso ho viaggiato spesso tra nord e sud del Paese) nella città di Roma per via di un nuovo lavoro di cui vi dirò prossimamente. E l’acquisto di una macchina dovrebbe rivolgersi ad un veicolo in grado di farmi viaggiare in sicurezza anche in autostrada.

Per questo movito, ed anche perché non dispongo direttamente del premio pagato dall’assicurazione, userò il frutto della solidarietà di molti a tempo debito.

E’ chiaro che il mio prossimo acquisto motorizzato sarà, per buona parte, merito vostro. E vi sono riconoscente.

Ho scritto questo post, necessario, per dare una risposta alle centinaia di persone che in tutto questo tempo hanno chiesto notizie più dettagliate ai promotori dell’iniziativa.

Mi scuso fin da adesso con quanti non si ritengono soddisfatti della mia decisione. E con quanti ritengono questo post insufficiente.

Penso di avere detto abbastanza e non ritornerò sulla questione in futuro.

Mentre scrivo queste ultime righe cerco di dare una spiegazione al livello di tensione criminale che si respira a Reggio. Alle inchieste trascorse ed a quelle che verranno.

Cose che meritano ben altra attenzione e molto tempo da spendere. Quindi è bene utilizzare bene quello che avrò in futuro con argomenti e temi più interessanti.

Grazie a tutti.

antonino monteleone

Ecco la foto di Alvaro, ospite di Coni Servizi Spa

Posted by Antonino Monteleone On luglio - 22 - 2010

di Antonino Monteleone e Claudio Cordova per www.strill.it

Viveva in un appartamento intestato a “Coni Servizi SpA (Partita Iva 07207761003) al secondo piano del civico 4 di Via Petrara Traversa Prima che l’imprenditore Franco Labate
(che non risulta indagato ma che con Alvaro ed altri indagati avrebbe avuto rapporti assai stretti), non si sa bene come, era riuscito a mettergli a disposizione. Lì avrebbe vissuto, nel condominio “Reghion”, senza disturbare, passando inosservato, per circa tre anni. Un immobile intestato al CONI, come risulta dalle visure catastali, sarebbe stato il suo regno subito dopo la scarcerazione avvenuta il 7 gennaio 2006 dopo la quale diveniva un sorvegliato speciale con divieto di soggiorno in Sinopoli scegliendo Reggio come sede del soggiorno obbligato.

Ma il giorno dell’operazione “Meta”, quasi un mese fa, i militari del Ros che hanno assaltato la palazzina hanno trovato l’appartamento vuoto.

E’ uno dei tanti punti oscuri nell’insolito il caso di Cosimo Alvaro, ritenuto un elemento di spicco dell’omonima cosca di Sinopoli, in contatto con diversi imprenditori locali (Crisalli, Cotroneo, Mazzitelli), ma anche politici. E’ considerato il socio occulto di maggioranza di molte attività commerciali e attività imprenditoriali. Dal “Lido Calajunco” al ristorante “Le Palme”. La forza criminale e la disponibilità economica gli ha consentito di mettere le mani anche su una casa di riposo (“Villa Speranza”) e di prestare denaro ad imprenditori con scarsa liquidità.

Nel suo centralissimo appartamento ci entravano politici ed imprenditori. Faccendieri e, forse, anche servitori dello Stato infedeli.

Fino ad oggi Alvaro era un latitante senza volto. Un fatto insolito. Per diversi motivi. Il primo è il più semplice: nei maxiblitz, solitamente, gli inquirenti divulgano le foto di tutti i soggetti coinvolti, anche se irreperibili. Per un latitante, come detto, ritenuto dagli investigatori un elemento di spicco, il discorso è ancora più insolito: basta provare a digitare, su internet, il nome di qualche ricercato o ex ricercato e, anche se sgranata e ingiallita, sarà facile reperire una foto.

C’è poi da aggiungere l’aspetto sociale: a voler fare un discorso romantico, i latitanti andrebbero ricercati e trovati con i classici metodi d’indagine, ma, magari, anche con l’aiuto dei cittadini. Ebbene, i cittadini, anche se volenterosi (ma non è il caso di Reggio, purtroppo), non avrebbero potuto riconoscere Cosimo Alvaro che, secondo l’indagine “Meta”, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, avrebbe steso i propri tentacoli sulla città, condizionando il mercato imprenditoriale e immobiliare. Nell’ambito dell’inchiesta “Meta”, infatti, finiscono in manette anche alcuni imprenditori, Gianluca Cotroneo, Salvatore Mazzitelli, Antonino Crisalli: i tre, secondo l’accusa, sarebbero stati in rapporti, anche come prestanome, con lo stesso Cosimo Alvaro, assai abile a indirizzare i propri interessi su Reggio Calabria.

Ma, fino a oggi, nemmeno una foto di Alvaro. Un Mister X, un uomo senza volto, ricercato: “E’ una strategia” rimbalza la voce negli ambienti giudiziari. Strategia dovuta, probabilmente, a non spezzare i rapporti che, anche da latitante, Alvaro potrebbe mantenere con il tessuto economico della città.

Strill.it pubblica oggi la foto di Alvaro. E svela un retroscena estremamente rilevante sulla sua latitanza. Lo fa cosciente di offrire agli utenti un servizio che va ben oltre quello, sacrosanto, della corretta informazione. E lo fa grazie alla sensibilità degli apparati investigativi che hanno ritenuto prevalente la necessità sociale della divulgazione della foto rispetto a una trascurabile valenza “strategica”.

Nella foto, estratto di una carta d’identità, Cosimo Alvaro, molto più giovane di come non debba apparire oggi, non presenta segni particolari. Espressione che accenna ad un sorriso beffardo, capelli neri così come andavano di moda qualche anno fa, forte la somiglianza col padre Domenico.

E’ accertato da una svariata letteratura, anche giudiziaria, che fu la sua famiglia a raggiungere Reggio, da Sinopoli, per imporre assieme ai padrini venuti dalla Locride (Antonio Nirta su tutti) la pace alle cosche reggine alla fine della seconda guerra di mafia, protrattasi dal 1985 al 1991 con oltre seicento morti.

La questione della titolarità dell’appartamento in uso ad Alvaro, invece, esige delle risposte da un’istituzione importante come il CONI nazionale, che avrebbe ospitato, senza saperlo, un sorvegliato speciale. Un dirigente regionale, che vuole rimanere anonimo, ha spiegato che “tutti gli immobili in uso ai comitati provinciali e regionali del CONI sono intestati a “CONI Servizi spa”.
Quello che andrebbe chiarito – ha aggiunto – è il modo in cui Labate sarebbe entrato in rapporti col più importante ente sportivo nazionale”.

E’ la solita area grigia, nebulosa e impenetrabile, quella dei salotti, di cui Strill.it ha scritto più volte. Area che garantisce ai boss – in libertà o durante la fuga – quel sostegno silenzioso che la Procura e gli investigatori vogliono adesso colpire al cuore.

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Attenti “Al Varo”

Posted by Antonino Monteleone On luglio - 20 - 2010

C’è un personaggio in giro per la Calabria che si vantava, e ne aveva ben donde, di avere conquistato spazi importanti nel tessuto economico della città di Reggio. Tenuto in forte considerazione da uno squallido manipolo di politici locali che a lui si rivolgevano o per chiedere consiglio o per ricevere istruzioni.

Prima che il Gip di Reggio Calabria ne ordinasse l’arresto, mettendo nero su bianco le ragioni della sua pericolosità sociale, potevate trovarlo comodamente seduto su una sdraio del “Lido Calajunco” a prendere il sole oppure a cenare al ristorante “Le Palme”. E metteteci anche un aperitivo saltuario al “Pashà” della centralissima Piazza Indipendenza.

Parlo di Cosimo Alvaro.
Cosimo Alvaro da Sinopoli che da quando è scattata l’operazione “Meta” avrebbe dovuto riempire un posto in cella che, ad oggi, è rimasto vuoto.

Unico irreperibile. Sfuggito alla cattura.

Ma come è fatto in faccia? Bella domanda!

In un paese normale il volto di un ricercato sarebbe affisso sui muri. Sui giornali. Perfino le buste del latte avrebbero impresso effige, allerta per la popolazione e, possibilmente, lauta ricompensa in denaro per “chiunque avesse fornito informazioni utili alla cattura” – recita così la formula che si usa negli Stati Uniti o in Germania.

Invece a Reggio Calabria, microcosmo alla rovescia, nessuno deve conoscere il volto di un ricercato. Un fuggitivo sottrattosi alla Giustizia non senza il necessario supporto logistico indispensabile per ogni latitanza. Di questo, infatti, si tratta.

Cosimo Alvaro ha i titoli (di demerito) per finire nello speciale elenco dei “30 latitanti più pericolosi”, ma in riva allo Stretto non viene considerato importante offrire alla pubblica opinione una rappresentazione dei tratti somatici di costui.

Quale sarebbe la strategia dietro questo, sono certo involontario, assist?

Se si provasse a giustificare un simile atteggiamento con la volontà di colpire anche la rete di supporto che, oggi, lo sostiene, si viene anche presi dal dubbio che, molte persone che non ci vorrebbero avere a che fare, ne verranno involontariamente a contatto. E non se lo meritano.

Di cosa si tratta allora? Di poca fiducia nella popolazione o di una rivisitazione della tecnica Mori-De Donno che piace tanto al Governo in carica?

antonino monteleone

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Sull’assoluzione di Massimo Labate

Posted by Antonino Monteleone On luglio - 4 - 2010

La “vittoria” di Massimo Labate, ovvero la sua assoluzione sancita dal Tribunale di Reggio Calabria dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, secondo un editoriale di Giusva Branca e Claudio Cordova, merita il giusto “risalto”.

Ed è logico che nello stesso spazio in cui, seppur marginalmente, ci si è occupati del caso dell’ex Consigliere Comunale di Alleanza Nazionale, arrestato nel luglio del 2007, per i suoi intensi rapporti con esponenti del clan Libri, in particolare per avere seguto – passo passo – l’erogazione di alcuni contributi da parte del Comune di Reggio Calabria, per una mostra d’arte organizzata da un’associazione vicina alla cosca; tornare sulla questione che è molto complessa.

Va considerato, in primo luogo, che la contestazione principale rivolta a Labate (i contributi pubblici per la mostra) è davvero poca roba.

In secondo luogo la prima assoluzione nel merito per Labate, ex poliziotto, deve essere – proprio come affermato dagli avvocati Domenico e Andrea Alvaro – una riabilitazione. Una rivincita.

E gli inviti alla prudenza espressi dal Sindaco facente funzioni, Giuseppe Raffa, anche con riferimento ai contenuti dell’inchiesta “Meta” relativi al filone politico, sono giusti e legittimi.

Facciamo molta attenzione a condannare qualcuno prima che intervenga una sentenza è, nella sostanza, l’appello che il mondo politico rivolge all’opinione pubblica.

Ma l’assoluzione di Massimo Labate, anziché promuovere una gara a chi grida più forti le scuse all’assolto, dovrebbe offrire alla stessa opinione pubblica una piccola riflessione circa l’importanza che ad una verità giudiziaria sia affiancata una verità storica.

Non voglio qui citare, ancora una volta, l’estrema lucidità della lezione di Paolo Borsellino ai ragazzi di una scuola di Bassano del Grappa ai quali spiegava che un politico che frequenta mafiosi non ha bisogno di una condanna per essere consdierato inadatto a gestire la cosa pubblica.

Però non ho ancora letto nessuno ricordare che se, da un lato, i Giudici Pedone, Ferraro e Vicedomini, hanno assolto Massimo Labate “perché il fatto non sussiste costituisce reato“; dall’altro non è detto che “il fatto” che “non sussiste costituisce reato” giudiziariamente, non sia comunque politicamente grave.

Vuol dire che le prove non sono sufficienti o non riscontrate adeguatamente.

Massimo Labate intratteneva frequenti e intensi contatti telefonici con Antonino Caridi. Generdo del boss Domenico “Mico” Libri. Condannato nel processo che si è svolto con il rito abbreviato a nove anni e quattro mesi di reclusione.

E Massimo Labate, ex ispettore di Polizia, secondo il Pm Lombardo – che aveva chiesto nel processo col rito ordinario conclusosi con la sua assoluzione, nove anni di reclusione – “non poteva non sapere”.

Non poteva non sapere chi fosse Nino Caridi. E non poteva non provare vergogna nel ricevere da questi regalìe di ogni genere.

Quando si sentivano al telefono e gli diceva che andava a cena con “pappalone”, ovvero con Giuseppe Scopelliti, all’epoca sindaco di Reggio Calabria, il tono della conversazione era questo:

CARIDI: io sto per rientrare per dire la verita’..//
LABATE: ci vediamo lunedi’?//
CARIDI: eh..ma avete parlato con.. Pappalone che fa’?//
LABATE: e ora era qua’..io lo vedo stasera..sono a cena con lui..//
CARIDI: ahhh…buon divertimento allora..//
LABATE: grazie..//
CARIDI: io le cene non le posso fare momentaneamente..solo i pranzi..//
LABATE: eh.. facciamo i pranzi..//
CARIDI: va bene..//
LABATE: ci sentiamo lunedi’ mattina..//
CARIDI: si..una buona serata..//
LABATE: anche a voi..//
CARIDI: salutatemi il Sindaco comunque..//
LABATE: va bene..//
CARIDI: vi saluto..grazie.//
LABATE: buona serata//
CARIDI: buona serata, vi saluto.//

E poi Labate ebbe la faccia tosta di ricevere un vestito in regalo.

“Baccheggio”, questo il soprannome utilizzato per identificare Massimo Labate, era l’oggetto di una conversazione tra il suo segretario Enzo Pileio (assolto anch’egli) e Nino Caridi.

Nino: BACCHEGGIO e? rientrato?..//
Enzo:Baccheggio.. No!.. all’una arriva dice… //
Nino: Ah , all’una arriva..//
Enzo:Eh.. pomeriggio dovrebbe essere qua…//
Nino: Ma il vestito gl’e? piaciuto…?//
Enzo: Si…si.., se l’e? messo la nella riunione di Milano … //
Nino: Eh…// Enzo :poi la sera siamo andati ed ha comprato una camicia la a Santa Caterina e se lo e? portato e lo mette con Pappalone per metterlo ieri li al coso .. c’era un congresso a Pavia …//
Nino Eh..eh..//
Enzo: E se l’e? messo la? ha detto… si gli e? piaciuto….ed allora ieri mi sono sentito con Santo e…. dice che arriva in settimana… //
Nino: In settimana ….//
Enzo:Lunedi?.. Martedi?.. //
Nino: Uttana…. se la sono presa comoda … questi.. minchia…./
Enzo:Si sono presi le ferie…//
Nino: Uttana se si sono presi le ferie.. //

Dalla divisa di poliziotto e un giuramento di fedeltà alla Repubblica al vestito ed un orologio donato da esponenti di spicco della ‘ndrangheta di Reggio Calabria.

Scriveva il GIP Concettina Garreffa

“Assodato, dunque, che Massimo Labate sapeva perfettamente con chi aveva a che fare, quest’ultimo non ha avuto remore a mettersi a disposizione di Caridi Antonino, divenendone, anzi, un punto di riferimento per le piu? svariate richieste volte a conseguire utilita? dall’Amministrazione cittadina.

Il Caridi, del resto, grato nei confronti del Labate per la disponibilita? nei fatti da questi dimostrata, non ha mancato di palesargli la sua riconoscenza omaggiandolo con diversi doni, tra cui, oltre ad un orologio, un vestito che il Labate ha “sfoggiato” in occasione di una trasferta a Pavia fatta con il Sindaco, dott. Giuseppe Scopelliti, per un congresso tenutosi in quella citta?.

Altro regalo, poi, il Caridi ebbe a fare al Labate in occasione del suo compleanno, anche se la consegna di tale dono non e? stata fatta nel medesimo giorno del genetliaco, poiche? il Caridi non aveva fatto in tempo a raggiungere il Labate presso la stazione ferroviaria, dove questi si trovava perche? era in procinto di partire.”

Questo è uno di quei “fatti” che per la Corte non sono stati sufficienti ad accertare alcuna responsabiltà in capo a Massimo Labate. Anche per questo il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non può considerarsi configurabile.

Per il dovuto rispetto che si deve alle parti del processo, alla Corte ed a chi si informa, andava fatto un ripassino delle vicende di cui ci stavamo occupando.

Avere amici mafiosi, è stata la tesi della difesa nel processo Dell’Utri, non è reato.

Vittoria!

Come dice Strill.it un “Vittoria per Labate che, nonostante le accuse infamanti, nonostante il carcere, nonostante i titoli degli organi di stampa, le foto, ha sempre professato la propria innocenza”.

Un piccolo promemoria, quindi, giusto per non spellarci le mani a suon di applausi!

antonino monteleone

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Ricevo e pubblico / Antonio Gira

Posted by Antonino Monteleone On luglio - 1 - 2010

Ricevo e pubblico da Antonio Gira.

GENTILE SIG. MONTELEONE,LEGGO SPESSO I SUOI ARTICOLI, MA MI DISPIACE AVER NOTATO CHE, IN RIFERIMENTO ALL’ULTIMA OPERAZIONE ( META ) DA PARTE DEI CARABINIERI DI REGGIO CALABRIA,LEI, NN SO CON QUALE SUA INFORMAZIONE,DI SICURO ERRATA,MENSIONAVA IL SIG. FRANCESCO GIRA COME PERSONA “TUTTA PRESA PER L’APERTURA DI UN PICCOLO ALBERGO IN UNA DELLE TRAVERSE DELLA VIA MARINA ALTA………ECC. ECC. ECC.

“LA STRUTTURA IN QUESTIONE E’ DI MIA PROPRIETA’, GIRA ANTONIO,LEGATO AL FRANCESCO SOLO DA VINCOLI DI PARENTELA,NIENTE ALTRO,STRUTTURA “SUDATA DA ANNI DI LAVORO E RISPARMIO, E DA TANTI DEBITI CHE SPERO CON IL LAVORO POTRO’ PRESTO SANARE,VOGLIA GENTILMENTE RETTIFICARE IL SUO ARTICOLO,CERTO DI UN VOSTRO IMMEDIATO INTERVENTO IN MERITO, COLGO L’OCCASIONE PER PORGERE I MIEI SALUTI,AUGURANDOMI DI VEDER PRIMA POSSIBILE SPECIFICATO IL SUO ARTICOLO.
GIRA ANTONIO

*****

Per amore di verità devo affermare che lo stesso Francesco Gira ha telefonicamente confermato il sostegno fattivo alle operazioni di avviamento dell’hotel “TotoG” di via San Paolo a Reggio Calabria.
Quanto invece alle supposte “errate” informazioni su Francesco Gira mi vedo costretto, per non lasciare nel lettore il dubbio che lo scrivente soffra di allucinazioni, a riportare, dall’ordinanza emessa dal GIP di Reggio Calabria, il passaggio dal quale ho tratto le mie “informazioni” con la dovuta precisazione che né Antonio, né Francesco Gira risultano indagati o destinatari di “informazione di garanzia. Ancora più doveroso ribadire la totale assenza di elementi circa la loro contiguità con ambienti mafiosi.

Da pag. 602/1811

In prosecuzione, i due interlocutori (Rocco PALERMO e Cosimo ALVARO) discutevano in relazione alla figura di GIRA Ciccio, identificato in GIRA Francesco (omissis)gestore del locale “Circolo Velico”, nonché del ristorante pizzeria “Modì”, in cui veniva evidenziato che quest’ultimo, dopo un’assemblea dei soci, avrebbe dovuto prendere la gestione di una società.
Da accertamenti effettuati, è emersa che GIRA Francesco, in data 6 marzo 2007, veniva notato in compagnia di ALVARO Cosimo ed altri due soggetti, identificati in ESPOSITO Dario e GRILLO Fortunato Domenico, nei pressi del ristorante “Il Ducale”, sito su questa via Marina (vds. all. nr. 344).
Si precisa, inoltre, che in data 20 novembre 2006, GIRA Francesco, titolare dell’utenza (omissis), contattava telefonicamente ALVARO Cosimo, al quale riferiva che aveva contattato il titolare di un ristorante, ma questi aveva deciso, dopo una riunione familiare, di non volere altri soci nella gestione del locale.
Dal contenuto del discorso emergeva che GIRA Francesco, in quel periodo in precarie condizioni economiche, si era avvalso di ALVARO Cosimo per reperire un locale da adibire a ristorazione (vds. all. nr. 345).

Tanto era dovuto – recita una famosa formula – per opportuna conoscenza.

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Antonino Monteleone (nome d’arte di Antonino Salvatore Monteleone) è un pensionato settantenne condannato nel 1963 ad essere precipitato nel corpo di un giovane di belle speranze

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